Nuova analisi dei raggi X emessi da un buco nero verso il nostro pianeta, rivela indizi circa la loro origine. Vediamo cosa è stato scoperto.

Ci sono buchi neri supermassicci che “risucchiano” il materiale che vi ruota attorno, emettendo due getti paralleli e opposti di particelle ad alta energia: i cosiddetti blazar. Tali getti possono raggiungono anche velocità prossime a quelle della luce nel vuoto. Ma qual è il meccanismo alla base di questo fenomeno?

Rappresentazione artistica di IXPE che osserva il blazar Markarian 501, nella costellazione di Ercole. Copyright: NASA/Pablo Garcia.

In un recente studio pubblicato sulla rivista Nature, i ricercatori hanno suggerito che l’accelerazione delle particelle potrebbe essere spiegata da un’onda d’urto all’interno del suddetto getto. Lo strumento protagonista di questa ricerca è l’osservatorio spaziale Imaging X-ray Polarimetry Explorer (IXPE) della NASA, realizzato in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), col quale si è analizzato il blazar identificato come Markarian 501.

Un’onda d’urto viene generata quando qualcosa si muove con una velocità maggiore a quella del suono del mezzo circostante (per intenderci, ciò è analogo ai jet supersonici nell’atmosfera terrestre).

Quando le particelle emesse dal buco nero colpiscono l’onda d’urto, esse vengono accelerate emettendo radiazione elettromagnetica, inclusi i raggi X. In particolare, più ci si allontana dall’onda, meno energetica è la radiazione emessa: si passa prima per lo spettro visibile, poi quello infrarosso e, in fine, abbiamo le onde radio.

La novità di queste ultime osservazioni sta nel fatto che esse includono la misurazione della polarizzazione di tali raggi X: per la prima volta, è stato così possibile rilevare la direzione di oscillazione e l’intensità media del loro campo elettrico.

Già in passato si era riusciti ad analizzare la polarizzazione della radiazione elettromagnetica a bassa energia proveniente da corpi celesti del genere, ma poterlo fare anche per i raggi X è stato decisamente vantaggioso, in quanto questo spettro viene generato molto più vicino alla fonte dell’accelerazione stessa.

Fonti: NASA, Nature.

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