La missione MAVEN della NASA svela il meccanismo che genera alcune aurore su Marte, simile al “ciclo di Dungey” terrestre ma su scala ridotta, grazie ai campi magnetici della crosta marziana.
I ricercatori della missione MAVEN (Mars Atmosphere and Volatile Evolution) della NASA hanno individuato un tassello fondamentale per comprendere alcune tipologie di aurore marziane, scoprendo che si formano con una dinamica simile a quella terrestre. Lo studio dimostra che il meccanismo che fa circolare e proietta le particelle cariche nell’atmosfera terrestre si verifica anche su Marte, seppure su scale molto più ridotte, a causa delle differenze tra i campi magnetici dei due pianeti.

Un ciclo di Dungey in miniatura
Sulla Terra, quando le linee del campo magnetico solare si avvicinano alla magnetosfera del pianeta si riconnettono, iniettando energia e massa che alla fine spingono gli elettroni verso l’atmosfera, generando le aurore. Questo fenomeno è noto come ciclo di Dungey e regola le correnti elettriche, l’accelerazione delle particelle e la circolazione del plasma nella magnetosfera terrestre.
Il nuovo studio rivela che una forma più contenuta di questo ciclo si verifica al di sopra delle intense anomalie magnetiche presenti nella crosta marziana, fornendo agli scienziati una comprensione più approfondita dei meccanismi fisici che generano le aurore sul pianeta rosso
Le magnetosfere in miniatura di Marte
A differenza della Terra, Marte non possiede un campo magnetico globale generato da un nucleo attivo. Il pianeta presenta invece numerose “mini-magnetosfere” originate da porzioni di crosta fortemente magnetizzate, formatesi circa 4 miliardi di anni fa quando la lava si raffreddò in presenza dell’antico campo magnetico globale marziano, poi scomparso a causa dell’erosione atmosferica causata dal vento solare.
MAVEN aveva già osservato aurore localizzate sopra queste regioni, in qualche modo paragonabili alle aurore polari terrestri, ma solo ora è stato possibile comprenderne appieno il meccanismo di formazione. Per ricostruire il quadro completo, i ricercatori hanno incrociato i dati di più strumenti a bordo della sonda: il magnetometro e l’analizzatore di elettroni del vento solare, usati per ricostruire la configurazione magnetica e calcolare le correnti elettriche, e lo strumento STATIC, impiegato per misurare i flussi di plasma nella ionosfera.

Un tassello importante, anche dopo la fine della missione
MAVEN aveva perso il contatto con le stazioni di terra il 6 dicembre 2025, e la NASA ha dichiarato conclusa la missione lo scorso giugno dopo aver verificato che la sonda non era recuperabile. I dati raccolti negli anni continuano a essere una risorsa preziosa per la scienza planetaria e per la pianificazione delle future missioni verso Marte. Secondo i ricercatori, la scoperta rappresenta un passo importante per capire perché Terra e Marte, pur governati dalle stesse leggi fisiche fondamentali, abbiano seguito percorsi evolutivi così diversi. Comprendere meglio come l’ambiente solare interagisca con il pianeta rosso è essenziale in vista delle future missioni robotiche e con equipaggio umano.
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