USA, Russia e Cina puntano ai reattori nucleari sulla Luna. Dai progetti sovietici Zvezda alle nuove basi lunari: obiettivi, tecnologie e diritto spaziale
Secondo un post del New York Times, pubblicato sui social il 09/10/2026, gli Stati Uniti puntano a portare un reattore nucleare sulla superficie lunare entro il 2030. La Russia guarda al 2036, con un progetto destinato a sostenere anche la Stazione internazionale di ricerca lunare promossa insieme alla Cina. Due programmi diversi, un obiettivo comune: rendere possibile una presenza stabile sulla Luna. Ad ogni modo, la corsa ai reattori nucleari sulla Luna è iniziata.

La nuova corsa alla Luna non si giocherà soltanto sulla capacità di raggiungerne la superficie, ma anche su quella di rimanervi. E, per riuscirci, una delle tecnologie più importanti potrebbe essere proprio l’energia nucleare. La NASA punta a sviluppare un reattore a fissione da utilizzare sulla superficie lunare, con l’obiettivo di renderlo pronto al lancio entro il dicembre 2030. Il progetto, inserito nella strategia americana per il ritorno sulla Luna e per le future missioni verso Marte, dovrebbe garantire energia continua per anni, senza necessità di rifornimento. Non si tratta di un dettaglio tecnico. Le lunghe notti lunari, le temperature estreme e le difficoltà nel garantire un approvvigionamento energetico costante rendono particolarmente complesso mantenere operative basi, rover e strumenti scientifici. Un reattore potrebbe offrire una fonte di energia affidabile anche quando la luce solare non è disponibile.

Ma Washington non è l’unica a guardare in questa direzione.
La risposta russo-cinese: una centrale per la stazione lunare
Nel dicembre 2025, Roscosmos ha annunciato la firma di un contratto per realizzare una centrale elettrica lunare entro il 2036, coinvolgendo anche l’ente spaziale russo NPO Lavochkin, la società nucleare Rosatom e l’Istituto Kurchatov. L’impianto dovrà alimentare i veicoli robotici, gli osservatori e le infrastrutture del programma lunare russo, comprese quelle della futura International Lunar Research Station (ILRS), il progetto di stazione scientifica promosso da Russia e Cina.

La collaborazione non è soltanto un’ipotesi: nel maggio 2025 le due agenzie spaziali avevano già firmato un memorandum per cooperare alla realizzazione della centrale. La Cina prevede di costruire una prima versione della stazione lunare entro il 2035, nella regione del polo sud, per poi ampliarla nei decenni successivi. Il confronto con il programma statunitense è quindi evidente, ma occorre distinguere le due iniziative. Washington punta a un reattore destinato alla propria strategia lunare, nell’ambito di Artemis; Mosca presenta invece la centrale come un contributo alla propria esplorazione e alla futura infrastruttura condivisa con Pechino. Le date, inoltre, indicano obiettivi programmatici, non risultati già garantiti.
Un’idea che viene da lontano: la base sovietica Zvezda
Il ricorso al nucleare per sostenere una presenza permanente sulla Luna non è un’idea nata oggi. Già negli anni Sessanta e Settanta, l’Unione Sovietica studiava la possibilità di realizzare una base abitata sul nostro satellite. Il progetto, conosciuto come Zvezda, prevedeva una struttura modulare capace di ospitare un equipaggio e di essere ampliata progressivamente con l’arrivo di nuovi elementi. Gli studi contemplavano anche l’impiego di un reattore nucleare come fonte di energia, insieme ad altre possibili soluzioni. Il progetto, sviluppato nell’ambito dei programmi lunari sovietici, non superò la fase progettuale e venne abbandonato con la cancellazione delle ambizioni lunari con equipaggio dell’URSS. A distanza di oltre mezzo secolo, la logica di fondo rimane sorprendentemente attuale. Una missione breve può affidarsi a sistemi energetici relativamente semplici; una base destinata a funzionare a lungo necessita invece di una fonte stabile, capace di sostenere attività scientifiche e operazioni anche durante le condizioni ambientali più difficili. La differenza è che oggi queste ambizioni si inseriscono in programmi più concreti, con obiettivi dichiarati, partnership internazionali e una competizione strategica sempre più evidente.

Il nucleare nello spazio è vietato? Non proprio
L’impiego dell‘energia nucleare nello spazio solleva inevitabilmente interrogativi sulla sicurezza e sul diritto internazionale. Ma è importante chiarire un punto: non esiste una moratoria internazionale generale che vieti l’uso pacifico del nucleare nello spazio. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 proibisce agli Stati firmatari di mettere in orbita intorno alla Terra oggetti contenenti armi nucleari o altre armi di distruzione di massa, di installare tali armi sui corpi celesti o di collocarle nello spazio in altro modo. La Luna e gli altri corpi celesti devono essere utilizzati esclusivamente per scopi pacifici. Il trattato, tuttavia, non vieta in quanto tale l’impiego di reattori nucleari per produrre energia destinata a missioni scientifiche o infrastrutture lunari. Un riferimento importante è la risoluzione 47/68 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, adottata il 14 dicembre 1992, che definisce i Principi relativi all’impiego di fonti di energia nucleare nello spazio extra-atmosferico. Il documento richiede particolare attenzione alla sicurezza radiologica, alla valutazione dei rischi e alla prevenzione della contaminazione radioattiva. Stabilisce inoltre che l’impiego di queste fonti dovrebbe essere limitato alle missioni per le quali alternative non nucleari ragionevoli non siano praticabili.

Questi principi hanno valore raccomandatorio e non costituiscono un trattato che introduca un divieto generale. Rappresentano, piuttosto, un quadro internazionale di riferimento per gestire i rischi associati all’impiego del nucleare nello spazio. C’è poi un aspetto particolarmente rilevante per i progetti lunari: i principi del 1992 prevedono che i reattori nucleari non vengano attivati prima di aver raggiunto l’orbita operativa o la traiettoria interplanetaria prevista. È una misura pensata per ridurre i rischi nelle fasi di lancio e di trasferimento. L’eventuale attivazione dei reattori nucleari sulla superficie lunare dovrà comunque essere accompagnata da adeguate valutazioni di sicurezza.
Una nuova corsa allo spazio, con l’energia al centro
Chi riuscirà a garantire per primo un approvvigionamento energetico affidabile potrà disporre di un vantaggio decisivo nella costruzione di basi permanenti, nell’impiego di robot e nello sfruttamento scientifico delle risorse lunari. La questione non riguarda soltanto la conquista simbolica della Luna. Una presenza stabile richiederà infrastrutture capaci di funzionare per anni, anche in condizioni ambientali estreme. E il nucleare potrebbe rappresentare la soluzione più concreta per alimentarle. Restano, naturalmente, sfide tecnologiche, economiche e di sicurezza considerevoli. Trasportare un reattore nello spazio, farlo atterrare e metterlo in funzione in un ambiente così ostile non è un’impresa scontata. La nuova competizione lunare, dunque, è già cominciata, almeno sul piano dei programmi e delle ambizioni. La prima grande conquista potrebbe non essere una bandiera piantata nel suolo lunare, ma una fonte di energia capace di mantenerla lì per decenni appunto i reattori nucleari sono una strada. E questa volta, la distanza tra una missione di esplorazione e una presenza permanente potrebbe dipendere proprio da ciò che accadrà dopo il tramonto del Sole sulla Luna.
Per saperne di più:
- Leggi l’approfondimento del New York Times
