Nel 2010 uno strumento sperimentale ha registrato per soli 36 minuti un fenomeno mai visto su Venere: enormi anelli concentrici di luce polarizzata nell’atmosfera del pianeta. Solo ora i ricercatori pubblicano lo studio, sperando che altri osservatori possano confermarlo.

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Nel 2010, durante una serata di eccezionale limpidezza, un astrofisico stava aspettando che il cielo si facesse abbastanza buio per le osservazioni programmate quando notò Venere splendere nel crepuscolo. Dopo un rapido confronto con una collega, decise di puntare per pochi minuti su Venere uno strumento sperimentale montato sul telescopio William Herschel, alle Canarie: l’Extreme Polarimeter (ExPo), capace di rilevare solo la luce polarizzata linearmente, quella che si genera quando la luce attraversa gas e polveri, lasciando emergere dettagli atmosferici altrimenti invisibili.

Solo mesi dopo, quando lo strumento era già stato smontato, i ricercatori si accorsero che nei dati c’era qualcosa di strano: vasti anelli concentrici avvolgevano gran parte del lato diurno del pianeta, visibili esclusivamente nella luce polarizzata, quasi come se Venere “risuonasse” come una campana.

esopianeti tipo Venere
Elaborato utilizzando immagini filtrate a raggi ultravioletti (365nm e 283nm) di Venere scattate da Akatsuki il 23 dicembre 2016. Credit: JAXA/ISAS/DARTS/Kevin M. Gill via Wikipedia

Anni di verifiche prima della pubblicazione

Il team ha passato diversi anni a cercare di smentire il segnale, sospettando inizialmente un artefatto strumentale legato al processo di digitalizzazione del sensore. Ma il fenomeno ha resistito a ogni test. Come ha spiegato Gourav Mahapatra, fisico dell’atmosfera dell’Università di Delft, il gruppo ha deciso che l’approccio scientifico corretto non fosse attendere una conferma impossibile su un dato irripetibile, ma pubblicare i risultati spiegandone chiaramente i limiti, dimostrando la plausibilità fisica dell’interpretazione e lasciando alla comunità scientifica il compito di verificarla.

Onde di gravità come possibile causa

L’ipotesi principale riguarda le onde di gravità atmosferiche: perturbazioni che, come increspature su uno stagno, si propagano comprimendo ed espandendo il gas. Su Venere queste onde possono estendersi per migliaia di chilometri, trasportando energia tra i diversi strati dell’atmosfera.

Simulazioni al computer condotte da Mahapatra hanno mostrato che variazioni realistiche di densità, tra il 5 e il 10 percento, sarebbero in grado di produrre anelli di polarizzazione simili a quelli osservati nel 2010.

Un indizio a sostegno di questa ipotesi era già arrivato dalla sonda giapponese Akatsuki, che negli anni precedenti aveva rilevato un’onda planetaria da polo a polo, dimostrando che Venere è capace di generare fenomeni atmosferici su scala globale.

Un possibile legame con la superrotazione

Se confermati, gli anelli potrebbero fornire indizi su uno dei grandi misteri di Venere: la superrotazione atmosferica, il fenomeno per cui le nubi circondano l’intero pianeta in appena quattro giorni terrestri, mentre il pianeta stesso impiega 243 giorni per completare una rotazione su se stesso.

Secondo Mahapatra, la conferma dell’esistenza di queste strutture dimostrerebbe che le onde su larga scala possono generare pattern di densità coerenti su vaste regioni dell’atmosfera venusiana, un processo potenzialmente cruciale per comprendere come l’energia si distribuisca sul pianeta.

Venere
Mentre si allontanava da Venere nel febbraio 1974, la sonda Mariner 10 della NASA catturò questa vista apparentemente pacifica di Venere. Ma, contrariamente al suo aspetto sereno, Venere è un mondo di calore intenso, pressione atmosferica schiacciante e nuvole di acido corrosivo. Credit: NASA/JPL-Caltech

I prossimi passi

I ricercatori non sanno ancora con certezza cosa inneschi queste onde, anche se i modelli suggeriscono che compaiano dopo mezzogiorno locale, un indizio che potrebbe collegarle al riscaldamento solare. Lo strumento ExPo non esiste più, ma nuovi polarimetri sono stati installati su vari telescopi dal 2010 a oggi. Il team spera che questo studio spinga altri astronomi a puntare i propri strumenti su Venere, nel tentativo di catturare finalmente questi misteriosi anelli in una nuova osservazione.

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