NASA rilancia il ruolo dell’Italia sulla Luna, tra moduli abitativi, Gateway e la possibile presenza di due astronauti italiani su Axiom 5
Il 22 settembre 2026, l’amministratore della NASA Jared Isaacman ha indicato l’Italia come uno dei partner internazionali di riferimento per la nuova strategia lunare statunitense. In un intervento alla conferenza Air, Space & Cyber, Isaacman ha dichiarato che il contributo italiano, valutato in oltre 5 miliardi di dollari, è legato allo sviluppo di uno dei primi moduli abitativi della futura base lunare. Questo comporta la possibilità che due astronauti italiani raggiungano la superficie della Luna.
La dichiarazione merita attenzione non soltanto per il suo significato in termini di esplorazione spaziale, ma anche per ciò che racconta del rapporto tra Washington e i propri partner industriali. Il progetto del modulo abitativo lunare MPH, coordinato dall’Agenzia Spaziale Italiana e sviluppato con il coinvolgimento di Thales Alenia Space Italia, diventa un elemento concreto dell’architettura che la NASA intende realizzare sulla superficie lunare. Il progetto aveva già superato una valutazione NASA nel maggio 2026, aprendo la strada alla Preliminary Design Review prevista per il 2027. E qui si apre una riflessione che va oltre i comunicati ufficiali.
Dalle critiche sul Gateway agli elogi per la base lunare
In un precedente articolo, ho affrontato le critiche rivolte ai moduli abitativi italiani nell’ambito del Lunar Gateway, in particolare quelle relative ai presunti problemi di corrosione.

Il passaggio dal progetto della stazione orbitale lunare alla nuova architettura della base sulla superficie rappresenta una trasformazione significativa. Nel marzo 2026, la NASA ha annunciato una revisione del programma lunare, spostando l’attenzione dalla precedente impostazione del Gateway verso una presenza diretta sulla Luna e il progressivo sviluppo di una base. Le risorse e alcuni elementi dei programmi precedenti sono stati destinati alla nuova architettura. La domanda, a questo punto, nasce spontanea: come si concilia la precedente narrazione sui problemi dei moduli abitativi con l’attuale riconoscimento del contributo italiano come uno degli elementi più interessanti della nuova strategia lunare?
Non è necessario sostenere che le valutazioni tecniche precedenti fossero infondate, né che l’attuale apprezzamento dimostri automaticamente che ogni critica fosse strumentale. I requisiti di una missione in orbita lunare possono essere diversi da quelli di un habitat destinato alla superficie, e i progetti possono essere modificati durante il loro sviluppo. Ma il problema di fondo rimane: se un’industria viene chiamata a contribuire a un programma ambizioso, il giudizio sulle sue capacità dovrebbe essere fondato su criteri tecnici chiari, coerenti e verificabili, non cambiare semplicemente in funzione delle necessità del momento. Ed è proprio questo il punto sul quale vale la pena soffermarsi.
Quando il partner diventa indispensabile
La lettura della vicenda diventa ancora più interessante se si considera il criterio enunciato da Isaacman: gli Stati Uniti intendono privilegiare i partner capaci di offrire un contributo concreto, in grado di accelerare la missione, anziché accordi fondati principalmente sulla rappresentanza internazionale. L’amministratore NASA ha esplicitamente contrapposto i «good deals» alle partnership che, a suo giudizio, potevano rallentare i programmi.
È una posizione comprensibile dal punto di vista di un’agenzia che vuole realizzare una base lunare in tempi ravvicinati, soprattutto in un contesto di competizione con la Cina. Ma porta con sé una domanda per l’Europa e per l’Italia: il valore di un partner industriale viene riconosciuto sulla base delle sue competenze e della solidità dei suoi progetti, oppure finisce per essere rivalutato soprattutto quando il suo contributo diventa necessario per colmare una lacuna del programma? Non disponiamo, almeno dalle fonti esaminate, di elementi sufficienti per affermare che la NASA stia elogiando l’Italia perché si trova a corto di fornitori americani, né che le precedenti critiche sui moduli fossero state dettate da considerazioni estranee alla loro valutazione tecnica.
Tuttavia, il contesto è chiaro: la NASA ha riconfigurato i propri programmi lunari e ha dichiarato di voler individuare contributi internazionali che offrano hardware e capacità operative concrete. Il modulo abitativo italiano rientra esattamente in questa logica. Il punto critico, quindi, non è negare il diritto degli Stati Uniti di selezionare i propri partner. È chiedere che il rapporto sia improntato alla trasparenza e alla coerenza, soprattutto quando sono coinvolti investimenti industriali e tecnologici di lungo periodo.
Axiom 5: due astronauti italiani, forse, e una missione che guarda già alla Luna
In questo quadro si inserisce anche una notizia che riguarda più da vicino il volo umano commerciale. Secondo quanto riportato da AGEEI/Aerospazionews, in un articolo dell’11/9/2026, ASI sta preparando la partecipazione alla missione Axiom Ax-5, prevista per la seconda metà del 2027, con un programma di esperimenti scientifici e tecnologici a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.
Ma il dato che più ci interessa è un altro: l’ipotesi della presenza di uno o forse due astronauti italiani. L’articolo riporta tre candidati possibili: il colonnello Walter Villadei, già protagonista della missione Axiom Ax-3, e i due astronauti italiani della riserva ESA, Anthea Comellini e il maggiore Andrea Patassa. A rendere l’ipotesi ancora più interessante è una dichiarazione di Nicola «Stick» Pecile, citata nell’articolo: «Ce ne saranno due, molto probabilmente. Villadei al comando, più una riserva ESA».
Naturalmente, si tratta di un’indicazione riportata da una fonte del settore e non di un annuncio ufficiale dell’equipaggio. Ma, se confermata, la presenza di due italiani su Axiom 5 rappresenterebbe un elemento significativo per la partecipazione nazionale alle missioni commerciali in orbita terrestre. E qui il collegamento con la nuova strategia lunare americana diventa interessante. Da una parte, la NASA riconosce il ruolo dell’industria italiana nella realizzazione delle future infrastrutture abitative sulla Luna. Dall’altra, l’Italia potrebbe portare in orbita un numero crescente di astronauti e sperimentazioni attraverso missioni commerciali come quelle di Axiom Space.
Sono due programmi distinti, con obiettivi e requisiti differenti, ma che riflettono una stessa direzione: l’Italia non è soltanto un fornitore di tecnologie per i programmi spaziali internazionali, ma aspira a un ruolo sempre più attivo nella ricerca, nell’industria e nel volo umano. E proprio per questo, quando si parla di collaborazione con gli Stati Uniti, sarebbe auspicabile che il riconoscimento delle competenze italiane fosse accompagnato da criteri tecnici coerenti e da una prospettiva industriale di lungo periodo. Perché se l’Italia è abbastanza competente da contribuire alla costruzione degli habitat lunari, da fornire esperimenti e tecnologie per la ISS e, forse, da portare due astronauti in orbita con Axiom 5, sarebbe ragionevole aspettarsi che questo valore venga riconosciuto anche quando non è soltanto funzionale alle necessità contingenti della NASA.
E dopo aver consegnato i moduli?
Ed eccoci alla parte più polemica. L’industria italiana viene oggi indicata come un partner capace di fornire un contributo di grande valore alla nuova architettura lunare americana. Una capacità che, almeno sul piano delle dichiarazioni pubbliche, sembra meritare una considerazione significativa da parte della NASA. Ma cosa accadrà quando i moduli saranno effettivamente realizzati, consegnati e integrati nei programmi lunari? La domanda è volutamente provocatoria, ma non del tutto irrilevante: una volta che i moduli abitativi italiani saranno stati sviluppati per rispondere alle esigenze della NASA, quali garanzie avremo che il loro valore tecnico e industriale venga valutato con gli stessi criteri nel corso delle fasi successive del programma?
Il timore, espresso in forma polemica, è che si possa assistere nuovamente a una situazione in cui un progetto viene prima criticato per presunti problemi tecnici e poi, una volta cambiate le esigenze strategiche, considerato utile per un’altra iniziativa. Naturalmente, non abbiamo elementi per affermare che questo scenario si verificherà. Ma la storia recente del Gateway e la revisione della strategia lunare rendono legittimo chiedere maggiore chiarezza sulle motivazioni delle scelte, sulla gestione dei progetti e sulle responsabilità dei diversi partner. Sarebbe una contraddizione particolarmente amara se, dopo aver investito risorse e competenze nella realizzazione di moduli lunari destinati alla NASA, l’industria italiana si trovasse nuovamente a dover dimostrare il proprio valore sulla base di criteri modificati a posteriori. E allora, concedetemi la battuta: speriamo che, una volta consegnati i moduli lunari richiesti, non ci venga detto di nuovo che sono corrosi, per poi vederli riciclati in qualche altro progetto!
Obiettivo Luna
Perché la cooperazione spaziale internazionale dovrebbe basarsi sulla competenza, sulla responsabilità e sulla continuità delle scelte. E se il Made in Italy è davvero così importante per la nuova corsa alla Luna, sarebbe auspicabile che questo riconoscimento non dipendesse soltanto dalla necessità del momento. La Luna è un obiettivo troppo ambizioso per essere affrontato con criteri che cambiano insieme alle convenienze politiche e industriali.


