Marte nasconde acqua ghiacciata: due nuovi studi trasformano le ipotesi in probabilità concrete, indicando fino al 64% di possibilità di trovare ghiaccio scavando in certe zone delle medie latitudini.
Se dovessimo scegliere un sito di atterraggio su Marte in base alla presenza di acqua sotto la superficie, dove andremmo? Non è una domanda banale. Il ghiaccio sepolto non serve solo come acqua potabile: può fornire ossigeno e diventare la materia prima per produrre propellente direttamente sul posto, invece di trasportarlo dalla Terra. Questo principio, noto come utilizzo delle risorse in situ, può fare la differenza tra una missione con equipaggio realizzabile e una impossibile.
Il problema della geografia marziana
Il guaio è che il ghiaccio si concentra ai poli, dove il Sole si alza appena sull’orizzonte e i pannelli solari perdono gran parte della loro utilità. Vicino all’equatore, la zona ideale per un equipaggio, il ghiaccio superficiale è scomparso da tempo: l’atmosfera è così sottile che il ghiaccio non fonde, sublima direttamente in vapore. Il lander Phoenix della NASA lo dimostrò scavando ghiaccio alle alte latitudini e filmandolo mentre svaniva nel giro di pochi giorni. Più ci si avvicina all’equatore, più bisogna scavare in profondità per trovarne traccia.
Le medie latitudini, la zona più incerta
È proprio nelle medie latitudini, il compromesso tra clima accettabile e presenza di ghiaccio, che le mappe si sono sempre rivelate meno affidabili. Due studi, guidati da Hanna Sizemore e Samuel Courville del Planetary Science Institute, affrontano il problema da due angolazioni diverse.
Entrambi si basano sul progetto SWIM, che stima la presenza di ghiaccio sepolto osservando come il terreno si scalda e si raffredda: la sabbia sopra il ghiaccio si comporta diversamente da quella sopra la polvere, e gli strumenti termici in orbita registrano questi cicli da anni.
Dalle mappe incerte alle probabilità concrete
Sizemore ha confrontato tre mappe prodotte in modo indipendente, individuando dove concordano e dove no: i disaccordi segnalano proprio le aree meno comprese, ideali per l’esplorazione robotica ma rischiose per un equipaggio umano. Il lavoro di Courville, invece, converte l’incertezza in numeri concreti: non più “due tecniche su tre indicano ghiaccio qui“, ma un dato utilizzabile da chi pianifica una missione, come il 64% di probabilità di trovare ghiaccio in un dato punto.

Il limite che resta da colmare
C’è però un limite importante: tutte queste analisi riguardano solo il primo metro di profondità. Il radar può leggere oltre i cinque metri, ma la fascia tra uno e cinque metri, quella che un equipaggio scaverebbe realisticamente, resta un punto cieco che nessuno strumento attuale copre. Colmarlo richiederà un radar ad alta frequenza ancora da progettare e inviare su Marte. Nel frattempo, questa resta la mappa dell’acqua marziana più accurata mai realizzata.
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