Sono stati fatti carotaggi dall’Università di Istanbul che confermano la presenza di antichi insediamenti umani nella regione del Durupinar, ma non c’è nessun riscontro sulla presunta Arca di Noè

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A volte ritornano. Negli ultimi giorni è tornata a circolare con grande insistenza la notizia del presunto ritrovamento dell’Arca di Noè presso la celebre formazione geologica di Durupınar, in Turchia orientale. A riaccendere il dibattito internazionale sono stati i recenti carotaggi condotti dai ricercatori dell’Università İbrahim Çeçen di Ağrı in collaborazione con l’Università Tecnica di Istanbul (İTÜ). I campioni di terreno prelevati nella zona sono stati analizzati nei laboratori accademici per studiare la storia ambientale della regione, riportando al centro dei riflettori la famosa struttura rocciosa affusolata che ricorda lo scafo di un’imbarcazione.

I risultati delle analisi di laboratorio

Arca di Noè
Tecnica di imaging avanzata

I risultati effettivi delle analisi di laboratorio evidenziano dati d’interesse storico e geologico, ma ben lontani dal confermare la presenza di un relitto. Nelle carote di terreno sono state riscontrate sostanze argillose, sedimenti di origine idrica e tracce di attività umana risalenti a circa 5.000–7.000 anni fa, nell’era Calcolitica. Tuttavia, come ampiamente precisato dagli stessi studiosi guidati dal professor Faruk Kaya, dimostrare che la regione fosse abitata in quell’epoca e soggetta a trasformazioni ambientali non significa in alcun modo aver scoperto l’imbarcazione biblica, la famosa Arca di Noè. Dal punto di vista strutturale, la conformazione di Durupınar rimane una sinclinale rocciosa del tutto naturale, modellata nel tempo dall’erosione del terreno e da colate di fango petrificate.

Nulla di vero sull’Arca di Noè

Arca di Noè
La foto della formazione geologica

La vicenda del ritrovamento presunto dell’Arca di Noè rappresenta un classico esempio di come studi scientifici reali sulle dinamiche del territorio possano venire distorti dalla stampa generalista per creare titoli ad alto impatto emotivo. Il clamore mediatico viene poi spesso cavalcato da gruppi amatoriali privati per promuovere campagne di crowdfunding da centinaia di migliaia di dollari e vendere costosi tour guidati sul posto, sfruttando la naturale tendenza dell’occhio umano a riconoscere forme familiari nelle rocce. La corretta divulgazione scientifica invita dunque a distinguere l’importante ricostruzione dell’archeologia del paesaggio dalle operazioni commerciali e dal sensazionalismo privo di riscontri fisici.

Per saperne di più:

  • Consulta il sito dell’Università di Istanbul