Starship raggiunge l’orbita per la prima volta, rilascia 26 satelliti Starlink V3 e compie un passo decisivo verso la piena riutilizzabilità
Il 28 settembre 2026, alle ore 14:48 italiane Starship ha raggiunto per la prima volta l’orbita terrestre. Come avete potuto seguire nella nostra diretta, il quattordicesimo volo del gigantesco sistema di SpaceX, decollato da Starbase, in Texas, ha centrato uno degli obiettivi più importanti dell’intero programma: dimostrare che il sistema è in grado non soltanto di raggiungere lo spazio, ma di acquisire una traiettoria orbitale e operare effettivamente intorno alla Terra. Nei voli precedenti SpaceX aveva mantenuto deliberatamente Starship su traiettorie suborbitali, così da poter testare progressivamente il veicolo, la separazione dei due stadi, i motori, lo scudo termico e le procedure di rientro.
Una licenza orbitale, ma con qualche limite
Per arrivare a questo appuntamento SpaceX ha dovuto ottenere dalla Federal Aviation Administration (FAA) un aggiornamento della propria licenza di lancio. L’aspetto interessante è che l’autorità statunitense ha formalizzato una distinzione tra missioni orbitali e suborbitali, introducendo condizioni specifiche per il rientro di un veicolo proveniente dall’orbita. La licenza utilizzata per Flight 14, tuttavia, non rappresenta ancora un’autorizzazione generale per qualsiasi profilo di missione orbitale. È stata infatti costruita attorno alle caratteristiche del test previsto.
In particolare, per questo volo la Starship poteva effettuare il rientro soltanto in acqua, nell’area prevista dell’Oceano Pacifico. Non era invece autorizzato un rientro con atterraggio sulla torre di lancio e recupero tramite i bracci della struttura. Esisteva inoltre una precisa limitazione geografica: il punto di rientro doveva trovarsi ad almeno 50 miglia nautiche dalla costa. Al di sotto di questa distanza l’area sarebbe stata considerata costiera, con l’applicazione di ulteriori condizioni. Questo significa che, dopo Flight 14, SpaceX dovrà probabilmente richiedere un ulteriore aggiornamento della licenza se vorrà passare a profili di missione differenti, in particolare quando arriverà il momento di tentare il recupero della Ship direttamente a Starbase.
La licenza prevede inoltre specifiche responsabilità economiche per SpaceX. In caso di anomalie, la società è tenuta a risarcire danni fino a 500 milioni di dollari, comprese le conseguenze legate a eventuali detriti o alle interruzioni del traffico aereo. Le condizioni prendono in considerazione anche uno scenario particolarmente delicato: quello in cui la Starship riesca a raggiungere l’orbita ma perda la possibilità di effettuare un rientro controllato. In questo caso il veicolo potrebbe rimanere in orbita per un periodo massimo considerato dalla licenza di 18 mesi, prima di un eventuale rientro naturale. È un dettaglio apparentemente burocratico, ma racconta bene la fase in cui si trova oggi il programma: Starship è ormai autorizzata a volare in orbita, ma le modalità con cui potrà rientrare e soprattutto essere recuperata dovranno essere progressivamente autorizzate e definite.
Dalla partenza all’orbita
Dopo il lancio, avvenuto con una mezz’ora di ritardo rispetto a quanto inizialmente previsto, Super Heavy ha portato la Ship nella fase iniziale della traiettoria e ha quindi eseguito le manovre di separazione e rientro previste. Il booster ha effettuato un rientro controllato nel Golfo del Messico, mentre Starship ha proseguito verso l’orbita. Circa 25 minuti dopo il decollo è stata eseguita l’accensione destinata all’inserimento orbitale. È stato questo il momento decisivo della missione: per la prima volta una Starship ha acquisito una vera traiettoria orbitale attorno alla Terra. Il risultato è arrivato nonostante un’anomalia a bordo. Uno dei motori Raptor della Ship ha infatti avuto un problema durante il volo. SpaceX ha comunque potuto proseguire la missione e completare l’inserimento orbitale, prima di modificare il profilo originale e anticipare il rientro.

26 Starlink V3 nello spazio
Ma Flight 14 non era soltanto una prova del veicolo. A bordo c’erano 26 satelliti Starlink V3, la nuova generazione della costellazione satellitare di SpaceX. La loro presenza rappresenta uno degli aspetti più importanti della missione perché, a differenza dei satelliti Starlink utilizzati finora, i V3 sono progettati per essere lanciati con Starship. Ogni satellite pesa circa due tonnellate e dispone di pannelli solari e antenne più grandi. Secondo SpaceX, ogni Starlink V3 potrà aggiungere circa 1 terabit al secondo di capacità alla rete, circa dieci volte quella dei satelliti precedenti.
Durante Flight 14 tutti e 26 i satelliti sono stati rilasciati e il team Starlink ha successivamente stabilito il contatto con ciascuno di essi. È la prima volta che satelliti V3 vengono effettivamente immessi in orbita per entrare a far parte della costellazione operativa. La differenza rispetto al precedente volo è importante. Flight 13 aveva già portato nello spazio satelliti V3, ma seguendo una traiettoria suborbitale: quei satelliti erano quindi destinati a rientrare nell’atmosfera insieme alla missione. Con Flight 14, invece, i nuovi Starlink sono stati inseriti in orbita.

Perché Starship è fondamentale per Starlink
La nuova generazione di satelliti è troppo grande per essere trasportata dal Falcon 9, il razzo che dal 2019 ha portato in orbita migliaia di satelliti Starlink. Il passaggio a Starship è quindi anche una necessità logistica. SpaceX prevede infatti che una singola Starship possa arrivare a trasportare fino a 60 Starlink V3 in un unico lancio. Questo permetterebbe di aumentare molto più rapidamente la capacità complessiva della costellazione. La maggiore capacità dei V3 dovrebbe tradursi nel tempo in più banda disponibile e migliori prestazioni per gli utenti. I nuovi satelliti sono inoltre progettati per migliorare le capacità di connettività diretta verso dispositivi terrestri. Non bisogna però aspettarsi un cambiamento immediato del servizio. I 26 satelliti di Flight 14 rappresentano soltanto l’inizio: serviranno molte altre missioni Starship perché la nuova generazione diventi numericamente abbastanza consistente da modificare in maniera evidente l’esperienza degli utenti.
Una missione riuscita, ma non ancora conclusa
Il raggiungimento dell’orbita rappresenta un traguardo fondamentale, ma non significa che Starship sia già diventata un sistema operativo e pienamente riutilizzabile. Il profilo originale di Flight 14 prevedeva una missione di circa dieci ore, con una permanenza in orbita di circa sei rivoluzioni e successivo rientro nel Pacifico. La missione reale è stata invece accorciata dopo l’anomalia al motore. La Ship ha comunque eseguito le manovre necessarie al rientro e ha concluso il volo con uno splashdown controllato nel Pacifico settentrionale. Anche il Super Heavy ha completato la propria fase di rientro, sebbene durante il volo siano stati osservati problemi a diversi motori. Questi eventi confermano che la propulsione rimane uno degli elementi sui quali SpaceX dovrà continuare a lavorare.
Il prossimo obiettivo: recuperare anche la Ship
La direzione verso cui si sta muovendo il programma è la piena e rapida riutilizzabilità. Finora SpaceX ha dimostrato progressivamente di poter controllare il rientro dei due elementi del sistema, ma il recupero della Ship attraverso la cattura con la torre di lancio rappresenta ancora un passaggio successivo. Il concetto è radicalmente diverso rispetto ai normali veicoli spaziali: invece di ammarare o atterrare autonomamente, la Ship dovrebbe tornare verso il sito di lancio e venire intercettata dai bracci della torre, pronta per un nuovo volo. Per arrivare a questo obiettivo sarà necessario anche un nuovo quadro autorizzativo. La licenza utilizzata per Flight 14, infatti, non consente ancora questo tipo di recupero. È proprio questa capacità, unita alla possibilità di trasportare grandi quantità di carico, a rendere Starship fondamentale anche per il futuro programma lunare di SpaceX e per l’espansione della costellazione Starlink.
Un nuovo capitolo
Flight 14 non ha quindi rappresentato soltanto il primo volo orbitale di Starship. Per la prima volta il veicolo ha dimostrato contemporaneamente tre capacità fondamentali: raggiungere l’orbita, rilasciare un carico operativo e rientrare sulla Terra. Restano ancora problemi tecnici da risolvere e soprattutto la sfida della riutilizzabilità completa. Ma il 28 settembre 2026 Starship ha superato una delle barriere più importanti del suo programma di sviluppo. E nello spazio, questa volta, non c’era soltanto una gigantesca nave sperimentale. C’erano anche 26 satelliti Starlink V3, pronti a inaugurare la prossima generazione della rete di SpaceX. Il futuro di Starship, insomma, è appena diventato un po’ più concreto.
Per saperne di più:
- Leggi l’analisi di SpaceX
