Dal recupero di Ship 40 è emerso materiale estremamente prezioso per i futuri lanci di Starship (dallo scudo termico all’intera struttura)

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Dal recupero di Ship 40 è emerso materiale estremamente prezioso per SpaceX, soprattutto riguardo al comportamento dello scudo termico e della struttura dopo un rientro completo. La prima Starship recuperata sostanzialmente integra dopo il rientro, Ship 40, dopo aver completato il rientro atmosferico, la manovra di flip e il landing burn, è ammarata dolcemente nell’Oceano Indiano, rimanendo galleggiante per 33 giorni fino al recupero. Questo ha consentito agli ingegneri di analizzare hardware reale invece di basarsi solo sulla telemetria.

Verifica diretta dello scudo termico (TPS)

Le immagini e le ispezioni hanno mostrato che gran parte delle piastrelle termiche è sopravvissuta al volo. Le aree più critiche si sono localizzate nella sezione posteriore e nel bordo inferiore vicino ai motori, dove sono state osservate piastrelle mancanti e danni localizzati. Questo permetterà di capire dove concentrare i rinforzi nelle future versioni.

Operazioni di recupero
Operazioni di recupero

La prima bella notizia

Di certo è stata la conferma della sopravvivenza strutturale dopo il rientro. Nonostante il riscaldamento e il successivo contatto con l’acqua marina, lo scafo ha mantenuto l’integrità strutturale. Per un veicolo progettato per essere riutilizzabile, è di sicuro un dato fondamentale. Inseguita a fatica lungo l’Oceano Indiano, di cui i primi 15 per riuscire ad agganciarla e poi perimetrare con dei galleggianti e i successivi 15 lottando contro correnti avverse e il maltempo, è stato possibile studiare la sua struttura una volta arrivata verso Christmas Island, dove sono potute iniziare le complesse operazioni di recupero. Lo stesso ha consentito di confrontare ciò che i sensori hanno registrato durante il rientro con le condizioni effettivamente osservate sul veicolo, per migliorare i successivi modelli aerotermodinamici. SpaceX ha, infatti, dichiarato di aver raccolto campioni e dati dettagliati sulle prestazioni del sistema termico durante il rientro; secondo gli aggiornamenti disponibili, alcune modifiche ai veicoli successivi sarebbero già state identificate grazie a queste analisi.


Il peggior nemico di Ship 40, la prolungata permanenza in mare

Anche se è improbabile che Ship 40 torni a volare dopo settimane in mare, l’ispezione degli impianti, dei motori e delle strutture consente di capire quali componenti potrebbero essere recuperati o certificati per future Starship riutilizzabili. La salsedine ha deteriorato gran parte della struttura e l’integrità è certamente in discussione per un suo riutilizzo. Dal punto di vista tecnico però, il risultato più importante non è tanto il recupero in sé, quanto aver ottenuto per la prima volta una “autopsia completa” di una Starship che è andata nello spazio, è rientrata dall’orbita e ha toccato l’acqua ancora intera. Questo è esattamente il tipo di dato che serve per arrivare all’obiettivo finale: il rientro e la cattura al volo con Mechazilla. Il vero tesoro di Ship 40 non sono stati i motori, che offrono già una notevole garanzia di successo, ma lo scudo termico reale dopo un rientro operativo, perché oggi il recupero del TPS resta uno dei principali ostacoli verso il rapido riutilizzo del sistema.

Starship

Il ritorno alla base per Starship

Se guardiamo il programma Starship in prospettiva storica, il recupero di Ship 40 potrebbe essere ricordato come uno di quei momenti che all’epoca sembravano “solo un recupero”, ma che in realtà segnano un cambio di fase. Finora SpaceX aveva soprattutto raccolto telemetria: migliaia di parametri durante il volo. Ma gli ingegneri aerospaziali sanno che esiste una differenza enorme tra:

  • sapere che una zona ha raggiunto 1400 °C;
  • poter osservare “fisicamente” la piastrella che ha visto quei 1400 °C.

Riportare una Starship sopravvissuta al rientro permetterà di studiare:

  • deformazioni reali della struttura;
  • stato delle saldature;
  • usura dei flap;
  • erosione delle piastrelle;
  • depositi e bruciature nelle aree dei motori;
  • effetti dell’immersione in acqua marina.

È un po’ l’equivalente di ciò che accadde con i primi recuperi delle capsule Apollo o, più tardi, con gli Shuttle: il veicolo racconta una storia che i sensori da soli non possono raccontare. C’è anche un altro aspetto che secondo me è ancora più importante. Fino a pochi anni fa la sequenza era:
lancio → esplosione → analisi dati.
Con Ship 40 siamo entrati nella fase:
lancio → rientro → recupero → ispezione completa.

È esattamente il ciclo operativo necessario per arrivare alla riutilizzabilità. Non si impara a riusare un veicolo osservandolo distruggersi; si impara riportandolo in officina e smontandolo bullone per bullone. Il recupero di Ship 40 va collocato nella stessa categoria del:

  • primo atterraggio orbitale di un Falcon 9;
  • primo riutilizzo di un booster Falcon;
  • cattura del Super Heavy con Mechazilla.

Non perché fosse spettacolare per il pubblico, ma perché ha fornito qualcosa di rarissimo, ovvero un hardware reale sopravvissuto a un rientro da velocità quasi orbitale. In fondo Musk ripete spesso una frase: “la fisica vera è nell’hardware“. Se è così, Ship 40 riportata a casa vale probabilmente più di molti terabyte di telemetria.

Differenze tra la Straship e lo Space Shuttle

Una delle differenze più importanti tra Starship e Space Shuttle è il sistema di piastrelle. Nello Space Shuttle era eccezionalmente sofisticato, ma anche terribilmente costoso da mantenere. Ogni piastrella era quasi un pezzo unico, lavorato su misura per la posizione specifica sull’orbiter. Dopo ogni missione occorrevano ispezioni e sostituzioni molto laboriose. Secondo le stime riportate da analisi del settore, una singola piastrella Shuttle poteva costare dell’ordine di 1.000-2.000 dollari già negli anni ’80, mentre i costi di manutenzione del sistema termico per missione arrivavano a molti milioni di dollari.

SpaceX ha cercato di evitare proprio questo problema: le piastrelle Starship derivano concettualmente dalla tecnologia sviluppata per le ultime generazioni di piastrelle Shuttle (TUFI/AETB), ma sono progettate per essere più robuste e più semplici da produrre.
invece di migliaia di pezzi quasi tutti diversi, SpaceX utilizza un numero molto più elevato di piastrelle ma con una forte standardizzazione geometrica. Le circa 18.000 piastrelle di Starship vengono prodotte internamente da SpaceX, proprio per abbattere i costi e aumentare la velocità produttiva. La cosa interessante è che SpaceX non ha mai reso pubblico il costo unitario delle proprie piastrelle.

In altre parole, il vero obiettivo di Musk non è avere una piastrella più economica dello Shuttle, ma avere una piastrella che non richieda settimane di manutenzione tra un volo e l’altro. Ed è qui che il recupero di Ship 40 è diventato così prezioso: per la prima volta gli ingegneri hanno potuto osservare migliaia di piastrelle reali dopo un rientro completo. Le due piastrelle riutilizzate provenivano dalla zona posteriore della nave, vicino ai flap aft, una delle aree più sollecitate termicamente durante il rientro.

Il lascito di Ship 40 guarda al futuro

A prima vista, il recupero di Ship 40 potrebbe sembrare soltanto una curiosità ingegneristica. In realtà, potrebbe essere ricordato come uno dei passaggi più importanti dell’intero programma Starship. Per la prima volta SpaceX non si è limitata a ricevere dati telemetrici durante il rientro, ma ha avuto la possibilità di riportare a terra un veicolo sopravvissuto all’intera sequenza di missione: lancio, volo spaziale, rientro atmosferico e ammaraggio controllato. Ancora più significativo è il fatto che alcune piastrelle dello scudo termico recuperate da Ship 40 siano state reinstallate sulla nave successiva, Ship 41, inaugurando il primo test di riutilizzo reale del TPS di Starship. Può sembrare un dettaglio minore, ma è proprio da dettagli come questo che si misura il passaggio da un prototipo sperimentale a un sistema operativo. Ogni piastrella riutilizzata rappresenta un passo verso l’obiettivo finale: una Starship capace di volare, rientrare, essere ispezionata rapidamente e tornare in servizio in tempi paragonabili a quelli di un aeromobile.

Le prossime missioni di Starship

Le prossime missioni saranno quindi molto più di semplici test di volo. Saranno la verifica di quanto il patrimonio di conoscenze raccolto su Ship 40 possa tradursi in miglioramenti concreti per lo scudo termico, la manutenzione e la riutilizzabilità del veicolo. Se il Falcon 9 ha dimostrato che è possibile recuperare e riutilizzare un primo stadio orbitale, le future Starship dovranno dimostrare qualcosa di ancora più ambizioso: che un veicolo spaziale completo può sopravvivere al rientro, tornare alla base e ripartire quasi senza interventi. In quest’ottica, il vero successo di Ship 40 non è stato l’ammaraggio nell’Oceano Indiano né il lungo viaggio di ritorno verso il Texas. Il suo successo è stato diventare il primo banco di prova di una Starship riutilizzabile. E probabilmente sarà solo tra qualche anno, osservando le flotte di Starship volare ripetutamente, che comprenderemo quanto quel recupero abbia rappresentato una svolta storica.

Starship recuperata
La Starship recuperata

Fonti: