Immagina di poter andare a fare una passeggiata intorno alla Luna munito di carta e penna (o un tablet su cui scrivere), una macchina fotografica e un registratore per le tue impressioni: è quello che ha fatto l’equipaggio di Artemis II, di cui ora la NASA ha condiviso il materiale.
Dopo oltre 50 anni, la missione Artemis II ha riportato l’uomo intorno alla Luna, con un equipaggio di ben quattro astronauti che hanno potuto osservare il nostro satellite da vicino a bordo della capsula Orion, entrata ormai nella leggenda. Questo fantastico viaggio non è stato solo un ritorno alla suggestione dell’era spaziale: è stato un prezioso esperimento, capace di mettere in campo le tecnologie aerospaziali sviluppate dell’umanità, ma anche di raccogliere interessantissimi dati naturalistici, geologici e osservativi sulla nostra Luna. Ora la NASA sta condividendo nuovi risultati e retroscena, tra i quali inedite fotografie scattate a bordo e perfino gli screenshot degli appunti originali degli astronauti, che documentano tutto ciò che hanno visto: perfino gli impatti di detriti sulla Luna e i colori dei minerali sulla superficie.
Artemis II: una spedizione scientifica
Immagina di poter andare a fare una passeggiata intorno alla Luna munito di carta e penna (o un tablet su cui scrivere), una macchina fotografica e un registratore per le tue impressioni: è quello che ha fatto l’equipaggio di Artemis II, di cui ora la NASA ha condiviso il materiale. Quello che può fare l’occhio umano, infatti, non può farlo nessuna macchina: annotare impressioni, visioni quasi impercettibili, idee arrivate direttamente sul campo. Un’operazione semplice, se non fosse per il fatto che il “campo” è, in questo caso, la nostra Luna. Le osservazioni minuziose dei quattro astronauti, i primi a prestare i loro occhi ad un’operazione di tale rilevanza dopo oltre 50 anni, si sono concentrate principalmente su due tipi di analisi: la prima ha riguardato le dinamiche delle meteore, piccole rocce che durante il loro viaggio si sono schiantate sulla superficie della Luna; capire quali punti siano i più colpiti contribuisce a dare un’idea chiara e prudente di quali potrebbero essere le località utili per posizionare una base in futuro. La seconda ha riguardato studi sulla geologia lunare: gli astronauti hanno osservato le sfumature cromatiche della superficie lunare, impercettibili dalla Terra. Sono stati poi osservati meticolosamente anche altri dettagli e fenomeni, come la linea di separazione tra zona di luce e zona d’ombra della Luna.

Frammenti rocciosi si schiantano sulla Luna
I quattro astronauti sono riusciti a osservare dei debolissimi lampi di luce generati da frammenti rocciosi che si schiantano sulla Luna. Era già successo con il programma Apollo, ed è davvero sorprendente che si riesca ad osservarli a grandi distanze. L’obiettivo non è affatto creare semplice sensazionalismo: localizzare questi impatti, valutarne la frequenza, è indispensabile per comprendere dove -e come- si potranno costruire le future basi permanenti, evitando il rischio di incidenti. Le reazioni degli astronauti e le loro voci sono state registrate e diffuse ma, soprattutto, la NASA ha messo a disposizione del pubblico -oltre che degli scienziati- gli screenshot dei tablet su cui l’equipaggio appuntava le posizioni dei lampi che vedeva: li vediamo identificati con colori diversi delle didascalie e dei segni abbozzati, riconoscendo Reid Wiseman in blu, Jeremy Hansen in rosso e Victor Glover (“Ike”) in verde; il lilla sono cerchiate le località da essi individuate, con punti colorati che identificano proprio i lampi osservati da ciascuno.

I colori della Luna
L’altro grande “esperimento” effettuato dagli astronauti sulla capsula Orion è stato quello di identificare le varie sfumature cromatiche della superficie lunare. Anche in questo caso, non si tratta di una ricerca puramente estetica o curiosa: le variazioni di colore quasi impercettibili della Luna, spesso enfatizzate in fotografia per rendere l’effetto più visibile, sono i principali e più immediati indici della variabilità di minerali nella superficie rocciosa. Gli astronauti sono stati addirittura addestrati a riconoscere queste sfumature così difficilmente percettibili in base alla luce. Gli scopi sono due: il primo, più immediato, è studiare la geologia e quindi la storia geologica della Luna, la sua formazione, che ci aiuterà a capire anche come si è formata la Terra. Il secondo è invece più pratico: riconoscere i colori significa riconoscere i minerali presenti nel suolo lunare e, quindi, le poteziali risorse per i futuri esseri umani che avranno parte alle prossime missioni. Ogni colore racconta una storia incredibile: oltre al classico grigio a cui siamo abituati, il beige racconta la presenza di ferro, il blu indica rocce vulcaniche con presenza di titanio e il verde, addirittura, indica che si è formato vetro; ciò può essere accaduto per una passata eruzione vulcanica, o per un impatto di meteorite. Anche in questo caso, la NASA ha conservato -e diffuso- le impressioni degli astronauti rigorosamente segnate su tablet.

Una linea tra luce e buio
C’è poi un’area interessantissima della Luna e piuttosto misteriosa, quella di confine tra la zona illuminata e quella in ombra. Le ombre che si creano in questa condizione sono molto lunghe e “modellano” la superficie visibile mettendone in evidenza alcune caratteristiche. In questo modo si possono studiare in maniera singolare le varie conformazioni delle zone della superficie, tra rilievi paragonabili ad altissime montagne e immensi crateri incredibilmente profondi. Victor Glover ci descrive così il fenomeno: “Vorrei avere più tempo per descrivere ciò che vedo, ma il Terminator in questo momento è semplicemente fantastico. È il più impervio che abbia mai visto. Dal punto di vista dell’illuminazione, ci sono piccole isole, isole di terreno completamente circondate dall’oscurità, il che indica una notevole varietà del paesaggio. È davvero molto interessante da vedere”.
Un’eclissi dallo spazio
Come sappiamo, gli astronauti della missione Artemis II hanno osservato la Luna eclissare il Sole per ben 54 minuti. Se già dalla Terra un’eclissi solare è un’occasione inestimabile per osservare la corona solare e i getti di materiale dalla superficie del Sole, solitamente invisibili perché troppi deboli rispetto alla luminosità totale della nostra stella, un’eclissi di questa portata -e dallo spazio- è diventata davvero un laboratorio a cielo aperto. La NASA ha diffuso ciò che gli astronauti hanno visto (e ancora una volta appuntato), tra cui oggetti debolissimi come alcuni pianeti in lontananza, galassie molto tenui e la luce zodiacale, una flebile aura luminosa intorno alla Luna dovuta alla riflessione della luce del Sole sulle polveri nello spazio. Nelle fotografie scattate alla Via Lattea si identificano costellazioni e oggetti di cielo profondo come debolissime nebulose.

La nostra Terra
La fotografia globale del nostro Pianeta scattata dalla missione Artemis II è ben nota e rimarrà forse una delle più celebri del nostro secolo, ma la NASA ci invita a guardarne con occhio scientifico (e meravigliato) ogni dettaglio: ai poli si vedono delle splendide aurore boreali, in basso la luce zodiacale, riflesso della luce solare sulle polveri interplanetarie, e perfino il pianeta Venere, un puntino lontanissimo ritratto insieme a tutti noi, sul nostro Pianeta. Ma uno dei dettagli più affascinanti riguarda una tempesta in Congo, in cui tra le nuvole si riescono a vedere delle piccole luci: sono i fulmini della tempesta, ed è incredibile che siano impressi in questa fotografia. Tra l’Africa e l’Europa (in particolare con la Penisola Iberica) si vedono anche le luci artificiali, quelle delle città che abbiamo costruito sulla Terra. Un segno globale della natura che si fonde con la presenza dell’uomo, che dovrebbe ricordarci quanto bella, fragile e preziosa sia la nostra casa nel cosmo.


Fonti:
- Articolo NASA https://science.nasa.gov/feature/artemis-ii-preliminary-lunar-science-report/
- Crediti immagini e dati NASA: Artemis II Lunar Science Team (2026). Artemis II Crew Camera Data Bundle, Planetary Data System (PDS) Cartography and Imaging Sciences (CIS) Node. https://doi.org/10.17189/x52v-tb80
