I cosmologi ipotizzano che possa esserci stato un secondo Big Bang che potrebbe spiegare la grande abbondanza di materia oscura nell’universo

Gli astronomi hanno a lungo tentato di spiegare perché gli ammassi di galassie si muovono in modi che il nostro attuale Modello Standard della fisica non è in grado di spiegare. Per far funzionare le cose, la spiegazione più accreditata è che ci siano molte cose là fuori che non riusciamo a vedere. Alcuni ricercatori si stanno chiedendo se un secondo Big Bang potrebbe aver portato all’esistenza la cosiddetta ”materia oscura” poco dopo la normale materia con cui siamo abituati ad avere a che fare.

Cos’è la materia oscura

La materia di cui siamo fatti, ma anche quella che compone stelle, pianeti e galassie, tutta insieme, non rappresenta altro che il 4,9% dell’universo. Il 26% circa del cosmo, invece, è materia invisibile, cioè materia di cui non conosciamo la composizione. Il rimanente 69% è energia oscura, di cui non sappiamo molto, ma c’è. Il fatto che sia oscura non significa che non ci sia, vuol dire solo che non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, né all’interno dello spettro di luce visibile, né ai raggi X. Per quanto sia ancora un mistero, la materia oscura si comporta esattamente come la materia comune, per quello che riguarda la sua interazione con lo spazio-tempo. In pratica si diluisce quando può espandersi in un volume ampio ed esercita la stessa attrazione gravitazionale della materia ordinaria.

Big Bang
Credit: NASA’s Goddard Space Flight Center/CI Lab

Un ”Dark Big Bang” come spiegazione alla materia oscura

Siamo abituati a pensare che tutto sia stato creato contemporaneamente in un unico Big Bang, ma in realtà non possiamo ancora confermarlo. In quest’ultima ricerca un team di scienziati suggerisce che un “Big Bang oscuro” potrebbe essersi verificato quando l’universo aveva meno di un mese di vita. Suggerisce inoltre che l’evento potrebbe aver formato diversi tipi di materia oscura tra cui i cosiddetti ”darkzillas”, particelle di dimensioni enormi, 10 trilioni di volte la massa di un protone. Queste particelle non sono così diverse da quelle conosciute come “particelle massicce debolmente interagenti” (WIMP), che gli astronomi hanno ipotizzato per decenni per spiegare le misteriose forze che non rientrano nel Modello Standard della fisica. Ora, analizzando le onde gravitazionali emesse dalle pulsar, gli scienziati sperano di trovare tracce del “Dark Big Bang” e di comprendere meglio i primi istanti di ”vita” dell’universo. Se questa teoria dovesse essere confermata, sarebbe una svolta epocale nella comprensione dell’universo per come lo conosciamo.

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