Gli astronomi scoprono che i pianeti infernali simili a Venere potrebbero essere molto più comuni delle vere ExoTerre: un’indagine che cambia la ricerca della vita nell’Universo.
Studi preliminari presentati durante la recente Assemblea Generale della European Geosciences Union a Vienna suggeriscono che i pianeti extrasolari simili a Venere, caratterizzati da atmosfere dense e dominate da anidride carbonica, potrebbero essere significativamente più numerosi dei pianeti realmente abitabili dotati di oceani superficiali. Secondo Sean Jordan, ricercatore post-dottorato presso ETH Zurich e autore principale dello studio, la formazione di atmosfere venusiane sarebbe un esito naturale dell’evoluzione iniziale dei pianeti rocciosi.

La formazione di atmosfere simili a quella di Venere
I modelli sviluppati dal team mostrano che, durante la fase primordiale dell’“oceano magmatico”, uno stadio in cui la superficie planetaria è ancora completamente fusa, è relativamente semplice generare un’atmosfera ricca di CO₂ simile a quella di Venere. Jordan sottolinea che: “È piuttosto plausibile costruire un modello in cui un’atmosfera di tipo venusiano emerga direttamente dalla fase di oceano magmatico durante la formazione del pianeta.” Ciò implica che le atmosfere dense e inospitali potrebbero rappresentare uno stato evolutivo comune dei pianeti rocciosi nell’universo.
Gli esopianeti rocciosi sono abbondanti
Le osservazioni astronomiche confermano che la galassia produce grandi quantità di pianeti rocciosi. Negli ultimi anni sono stati identificati decine di candidati potenzialmente assimilabili a “exo-Venere”, ovvero pianeti con caratteristiche fisiche e orbitali compatibili con Venere. Tuttavia, nessuno di questi è stato ancora confermato in modo definitivo, principalmente a causa delle difficoltà nel rilevare e caratterizzare le loro atmosfere.

Il ruolo delle stelle nane rosse
Gran parte degli esopianeti rocciosi scoperti finora orbita attorno a stelle nane rosse di tipo M. Queste stelle, pur essendo molto comuni, emettono elevate quantità di radiazione ad alta energia e intensi flussi di particelle stellari. La questione centrale è comprendere se tali pianeti siano in grado di trattenere la propria atmosfera nel tempo oppure se questa venga progressivamente dispersa dall’attività stellare. Secondo Jordan: “Potremmo scoprire nei prossimi anni che molti pianeti rocciosi attorno alle stelle di tipo M non possiedono affatto un’atmosfera stabile.”
Venere come laboratorio naturale
Gli studiosi evidenziano come la comprensione degli esopianeti venusiani dipenda fortemente dalla conoscenza del nostro stesso pianeta Venere. Nonostante ciò, il secondo pianeta del sistema solare rimane sorprendentemente poco esplorato rispetto ad altri corpi del Sistema Solare. Jordan definisce il pianeta: “Criminalmente poco esplorato.” Nonostante la scarsità di missioni dedicate, gli scienziati dispongono comunque di dati sufficientemente dettagliati sulla composizione atmosferica venusiana, inclusa la presenza di gas in tracce e i processi chimici dell’atmosfera profonda.

Le condizioni “estreme” di abitabilità di Venere
Una delle questioni più discusse riguarda il motivo per cui Venere abbia sviluppato condizioni estreme, mentre la Terra sia rimasta abitabile. Secondo Jordan, il presupposto potrebbe essere del tutto errato: Venere potrebbe non aver mai attraversato una fase realmente simile alla Terra. Lo studio suggerisce che la vera eccezione cosmica potrebbe non essere Venere, bensì la Terra stessa. Non esisterebbe necessariamente una preferenza cosmica per pianeti collocati vicino al limite interno della zona abitabile, ma i processi necessari per mantenere oceani liquidi e un clima stabile sembrano molto più difficili da sostenere nel tempo rispetto alla formazione di atmosfere dense e calde come quella venusiana.
Le prospettive future della ricerca
Gli scienziati ritengono che saranno necessari ancora diversi decenni per comprendere realmente la frequenza degli “exo-Venere” nella galassia. I progressi dipenderanno soprattutto dalle nuove missioni dirette verso Venere, dai telescopi spaziali di nuova generazione e dalle tecniche più avanzate per l’analisi atmosferica degli esopianeti. Secondo Jordan, solo combinando lo studio del Sistema Solare con quello degli esopianeti sarà possibile comprendere pienamente l’evoluzione dei pianeti rocciosi nell’universo. Le nuove ricerche indicano che i pianeti di tipo venusiano potrebbero rappresentare l’esito più comune dell’evoluzione dei pianeti rocciosi. Al contrario, mondi abitabili con oceani superficiali e climi stabili potrebbero essere molto più rari di quanto ipotizzato finora.
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