Un team dell’Università di Washington ha identificato una nuova specie vissuta 75 milioni di anni fa in Messico. Si chiama Cimolodon desosai, era grande come un criceto e i suoi discendenti sopravvissero all’estinzione che spazzò via i dinosauri
Nel 2009, durante una ricognizione nella formazione El Gallo in Bassa California, un assistente di campo di nome Michael de Sosa VI notò un piccolo dente che spuntava da una fessura nella roccia. Poteva essere uno dei tanti frammenti (anche di dinosauri) che il deserto messicano restituisce agli scienziati, ma de Sosa ebbe l’intuizione di guardare più a fondo dentro quella crepa, e lì trovò molto più di un dente.
I ricercatori dell’Università di Washington recuperarono cranio, mandibole, un femore e un’ulna, un ritrovamento eccezionale per un mammifero del Cretaceo superiore, perché di solito di animali così piccoli restano solo i denti, mentre le ossa si sgretolano in fretta. Questa volta invece avevano tra le mani uno scheletro quasi completo, appartenuto a una creatura vissuta 75 milioni di anni fa e grande quanto un criceto dorato.
Una finestra sul mondo dei multitubercolati
La nuova specie, descritta il 22 aprile sul Journal of Vertebrate Paleontology, si chiama Cimolodon desosai e appartiene ai multitubercolati, un gruppo di mammiferi simili a roditori comparso nel Giurassico e sopravvissuto per oltre 100 milioni di anni, attraversando indenne l’estinzione che spazzò via i dinosauri. Lo studio, guidato da Gregory Wilson Mantilla, suggerisce che il loro segreto fosse quasi banale nella sua semplicità: erano animali piccoli e mangiavano di tutto, dalla frutta agli insetti, e vivevano senza problemi sia a terra sia sugli alberi. Piccoli vero, ma molto versatili.
Mentre i dinosauri investivano tutto su corpi enormi e diete specializzate, i multitubercolati restavano flessibili e si adattavano a qualunque risorsa offrisse l’ambiente. Quando l’asteroide colpì 66 milioni di anni fa e le catene alimentari collassarono, i giganti morirono di fame, mentre loro si arrangiarono con quello che trovarono (come avevano sempre fatto). I ricercatori hanno utilizzato la micro-tomografia computerizzata per ottenere immagini ad alta risoluzione e confrontare i denti con quelli delle specie affini. Ogni cresta dentale è una firma evolutiva che racconta parentele lontane milioni di anni.

Una dedica speciale
La specie è stata dedicata a Michael de Sosa VI, l’assistente di campo che trovò quel primo dente nel 2009. De Sosa non ha mai saputo che il fossile avrebbe preso il suo nome, questo perché, purtroppo, è scomparso prima che i ricercatori finissero le analisi, e prima che qualcuno potesse dirgli che quel giorno nel deserto aveva trovato una cosa destinata a restare per sempre.
È una di quelle coincidenze amare che la scienza ogni tanto regala. Cimolodon è sopravvissuto alla catastrofe più violenta che la Terra abbia mai visto, ma l’uomo che l’ha riportato alla luce non è sopravvissuto alla fine delle ricerche. Resta però il suo nome, aggrappato a un fossile del Cretaceo quasi come un messaggio in una bottiglia.
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