Uno studio rivela che le misteriose zone dense vicino al nucleo terrestre potrebbero essere i resti di un antico oceano di magma, fondamentali per la creazione dell’atmosfera
Per anni i sismologi di tutto il mondo hanno osservato qualcosa di strano al confine tra il nucleo e il mantello della Terra, a circa 3000 chilometri sotto i nostri piedi. In alcune aree specifiche le onde sismiche rallentano drasticamente, come se attraversassero una melassa densa.
Queste regioni sono state battezzate “zone a bassissima velocità” o ULVZ. Fino ad oggi la loro natura era dibattuta, ma una nuova ricerca offre una spiegazione che collega queste strutture profonde direttamente all’aria che respiriamo, ovvero che queste zone non sono anomalie casuali, ma i residui fossili della Terra primordiale. Lo studio è guidato dal geodinamico Yoshinori Miyazaki, e rappresenta un passaggio fondamentale per comprendere come le prime fasi della Terra abbiano plasmato la sua evoluzione.
I fondali dell’oceano di magma
Quattro miliardi e mezzo di anni fa il nostro pianeta era una sfera di roccia fusa, un gigantesco oceano di magma. L’ipotesi avanzata dai ricercatori è che, mentre la Terra si raffreddava, i minerali più pesanti e ricchi di ferro, insieme a gas volatili, siano precipitati verso il basso. Le ULVZ sarebbero proprio questo: gli accumuli di quei materiali depositati sul fondo del mantello, sopravvissuti per tutti questi anni alle correnti che rimescolano le viscere del pianeta.
Secondo il modello proposto, elementi come silicio e magnesio sarebbero fuoriusciti dal nucleo e si sarebbero mescolati con il mantello durante il raffreddamento. Questo mix impedì la formazione di strati nettamente separati e potrebbe aver generato le ULVZ osservate oggi.

Dagli abissi all’atmosfera della Terra
Ma se la teoria fosse confermata? Beh, nel caso succedesse, cambierebbe radicalmente la nostra visione della storia geologica. Le simulazioni indicano che queste zone sono ricche di elementi volatili indispensabili per l’abitabilità. Nel corso delle ere, i pennacchi termici del mantello avrebbero trasportato parte di questo materiale verso la superficie, alimentando i vulcani.
Gli autori fanno anche un esempio concreto: hotspot vulcanici come le Hawai’i o l’Islanda potrebbero essere alimentati proprio da materiale che proviene da quelle zone profondissime. È un collegamento affascinante perché unisce ciò che succede a migliaia di chilometri di profondità a vulcani che vediamo oggi.
Gas intrappolati
Queste eruzioni avrebbero poi rilasciato i gas intrappolati, contribuendo quindi a formare l’atmosfera primitiva e gli oceani. Se questa ipotesi venisse confermata, non sarebbe importante solo per la geologia, ma cambierebbe anche il modo in cui raccontiamo la nascita della vita sulla Terra, perché quello che accadeva a migliaia di chilometri di profondità potrebbe aver deciso chi siamo oggi. Potremmo quindi avere un quadro molto più ampio su come il nostro amato pianeta, sia riuscito a passare da una palla di fuoco sterile, al posto che oggi possiamo chiamare “casa”.
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