La scienza dell’arcobaleno e la rinascita di un luogo segnato dalla storia: il Vajont

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Il 9 ottobre 1963 la tragedia del Vajont ha segnato profondamente la storia italiana, non solo per la perdita di migliaia di vite umane, ma anche per l’enorme lezione che ne è scaturita in termini di responsabilità e gestione del territorio. Quel disastro, costruito dall’arroganza e dall’incapacità dell’uomo di rispettare le forze della natura, è divenuto un monito indelebile nella nostra memoria collettiva. Il Vajont non è solo teatro di una catastrofe, ma un luogo in cui la natura continua a manifestare la sua straordinaria bellezza e complessità.  Il 7 maggio 2016 un arcobaleno primario, accompagnato da archi soprannumerari rari caratterizzati da bande blu, viola e gialle, ha colorato il cielo proprio sopra la diga del Vajont. La conformazione del paesaggio ha reso possibile la visibilità perfetta del cuore del fenomeno.

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Arcobaleno primario e archi soprannumerari @Pictores Caeli

Qualche dettaglio:

La foto è stata scattata dalla località di Villanova (coordinate approssimative di 46.27° N e 12.32° E), frazione di Longarone (Bl), l’altezza del Sole (non rifratto) era di circa 29,0° e l’azimut era di circa 264,6° (O).  La sommità dell’arcobaleno primario è quindi apparsa a 13° nel cielo in corrispondenza della diga.

Una foto che mostra e dimostra entrambe le nature della luce:

Questo fenomeno è un esempio del dualismo onda-particella della luce, che è alla base della fisica moderna:

  • La natura corpuscolare nella rifrazione e riflessione della luce nelle gocce d’acqua, che dà origine all’arcobaleno primario.
  • La natura ondulatoria nella formazione degli archi soprannumerari, dovuti all’interferenza delle onde luminose.

Come appaiono gli archi soprannumerari? 

Gli archi soprannumerari sono bande colorate pallide aggiuntive di colore, in particolare blu e viola, che si formano in prosecuzione della banda violetta dell’arcobaleno primario e, talvolta, anche dell’arcobaleno secondario. Si ripetono sempre più deboli man mano che ci si allontana dall’arcobaleno principale.

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Arcobaleno primario e archi soprannumerari classici senza la frangia gialla. © Marcella Giulia Pace

Come si formano gli archi soprannumerari?

Questi archi, più deboli rispetto all’arcobaleno principale, si formano grazie all’interferenza della luce all’interno di gocce di pioggia di dimensioni molto simili, un fenomeno che sfrutta la natura ondulatoria della luce. La luce, entrando nella goccia, si comporta come un’onda. All’interno delle gocce, onde di luce di lunghezze d’onda diverse (che corrispondono ai vari colori dello spettro visibile) si sovrappongono. Questo tipo di interferenza produce le bande cromatiche distintive, solitamente più deboli, visibili appena dopo il colore violetto dell’arcobaleno primario, che si alternano tra loro fino a svanire.

Arcobaleno primario e archi soprannumerari classici senza la banda frangia gialla. © Salvatore Cerruto

Perché questi archi soprannumerari sulla diga del Vajont sono particolari?

Nel caso specifico osservato sopra la diga del Vajont, è stato rilevato un’eco più ampio dello spettro con la presenza di un’inaspettata banda gialla intensa, un fatto molto raro.  

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Arcobaleno primario e archi soprannumerari @Pictores Caeli

Il che suggerisce come ci fosse una configurazione particolare nelle dimensioni delle gocce d’acqua che permise la formazione di un arco soprannumerario con una ripetizione più ampia dei colori. Il Professore Raymond Lee, osservando la foto, ritenne che il raggio medio delle gocce fosse di circa 0,5 mm, una dimensione ideale per produrre questi archi distintivi e ben visibili, vividi e con l’aggiunta della banda gialla. Questo livello di uniformità è raro, poiché la pioggia spesso presenta una varietà di dimensioni delle gocce, che riduce la visibilità degli archi soprannumerari.

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Riflessioni finali: il Vajont tra scienza, memoria e rinascita:

Quando pensiamo a un luogo, dobbiamo ricordare che non è mai lo stesso punto nell’universo ma che la Terra è come una navicella che vaga nello spazio, percorrendo i suoi movimenti attorno al Sole, alla galassia, con il gruppo locale e ogni punto nello spazio che tocca è sempre differente anche perchè, l’universo è in espansione. Un luogo è quel posto solo nell’istante in cui lo è e non vi tornerà mai una seconda volta. È per questo che non si dovrebbe pensare al Vajont solo come il luogo della catastrofe, ma ricordare che quella catastrofe è figlia dell’incuria umana, dove ha invece residenza fissa. Il Vajont non è più quindi lo stesso luogo della catastrofe del 1963, ma continua a evolversi, così come dovrebbero evolversi il nostro modo di ricordarlo e il nostro rapporto con esso. Il messaggio del Vajont, non può essere rinchiuso quindi entro i confini di un luogo fisico. Quel disastro appartiene a ciascuno di noi ed è lì che deve risiedere, dentro le coscienze di tutti. Gli abitanti di Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo e Ponte nelle Alpi, intrappolati in un passato che sembra dover necessariamente proseguire nel loro quotidiano, hanno il diritto di non essere solo i custodi di una tragedia. Per chi vive nei luoghi del disastro del Vajont è una realtà che li accompagna ogni singolo giorno, non solo perché questo evento fa parte del loro vissuto, ma i turisti e i passanti che visitano queste terre, raramente mancano l’occasione di chiedere e domandare qualcosa su quella tragedia. Dobbiamo mantenere viva la memoria della tragedia, ma allo stesso tempo riconoscere e celebrare la rinascita di queste terre. La vita è tornata in questi luoghi e ha dato prova della straordinaria capacità di resilienza dell’uomo e della natura. Attraverso una riflessione che unisce scienza e memoria, voglio pensare al Vajont come a un luogo di rinascita e di nuova luce, come simboleggiato da questo fenomeno atmosferico: l’arcobaleno con i suoi speciali archi soprannumerari.

Ringraziamenti: 

Ringrazio il gruppo di fotografi Pictores Caeli, dei quali faccio parte, insieme a Stefano De Rosa, Dario Giannobile, Giorgia Hofer, Paolo Palma, Alessia Scarso, per aver estratto il meglio di questa immagine e del video.

Ringrazio il professore Raymond Lee per aver analizzato il nostro materiale fotografico e filmico e dato spunti per la descrizione e la definizione del fenomeno.

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