Dal modello Orch-OR di Penrose ai dati reali dei neuroscienziati: cosa sappiamo davvero della mente e della coscienza.
Cosa succede alla nostra mente quando il cuore smette di battere? È la domanda a cui ancora oggi nessuno ha saputo rispondere. Oggi la risposta la cercano fisici e medici nei laboratori. Da una parte però, c’è un’idea vertiginosa: e se il nostro cervello funzionasse come un potentissimo computer quantistico?
Roger Penrose, premio Nobel per la fisica nel 2020, e l’anestesista Stuart Hameroff difendono questa ipotesi da anni. Ma applicare le regole dell’infinitamente piccolo alla mente umana, sconvolge tutto quello che sappiamo sulla biologia.
I microtubuli e il computer biologico
Il loro modello teorico si chiama Orch-OR e ruota attorno ai microtubuli, da immaginare come microscopici cilindri che formano lo scheletro dei nostri neuroni. Penrose e Hameroff pensano che queste strutture vibrino a livello subatomico, ospitando al loro interno la nostra intera coscienza.
Al momento del decesso, questa delicatissima architettura si spezzerebbe. La nostra “mente quantistica” si disperderebbe nell’ambiente circostante come un soffio nel vento. L’idea affascina un pubblico enorme, ma si scontra con un muro di cemento armato, a dir poco invalicabile, chiamato termodinamica.
Una sinfonia durante un terremoto
Per mantenere stabili i delicatissimi stati quantistici serve un isolamento totale e un freddo assoluto. Il cranio umano, al contrario, è caldissimo e caotico.
Cercare di far sopravvivere un’informazione subatomica tra i neuroni è come pretendere che un’orchestra suoni in modo impeccabile nel bel mezzo di un terremoto. Il fisico del MIT Max Tegmark ha fatto i conti precisi: qualsiasi effetto quantistico nel cervello dura meno di un battito di ciglia (tra 10^-13 e 10^-20 secondi). Un tempo decisamente troppo breve per formulare un singolo pensiero.
Le misurazioni reali nei laboratori
I neuroscienziati moderni preferiscono misurare la realtà tangibile. Nel 2025, un team internazionale guidato dal pioniere Christof Koch ha condotto un esperimento su 256 volontari in 12 laboratori tra Stati Uniti, Europa e Cina. Misurando i segnali elettrici e il flusso sanguigno, hanno fatto una scoperta inaspettata: l’attività legata alla coscienza non nasce nella parte frontale del cervello (quella del ragionamento logico), ma esplode nelle aree posteriori, quelle legate alla vista e all’udito.
Questa scoperta potrebbe presto aiutare i medici a diagnosticare la “coscienza nascosta” nei pazienti in coma. Nello stesso periodo, i ricercatori hanno iniziato ad addestrare algoritmi di intelligenza artificiale per leggere i tracciati EEG. Queste reti neurali riescono oggi a distinguere la veglia dal sonno profondo con una precisione che supera il 90%.
Finché non vedremo effetti quantistici reali e misurabili nel cervello, l’ipotesi di Penrose resterà un geniale esperimento mentale. La medicina di oggi indaga l’anima umana guardando ai dati, ai neuroni e all’elettricità.
Per saperne di più:
Consciousness in the universe: A review of the ‘Orch OR’ theory (Physics of Life Reviews).
