Le equazioni della fisica e i modelli dell’intelligenza artificiale evitano entrambi la stessa domanda: cosa rende cosciente un sistema?
Nel 1936 Alan Turing descrisse una macchina teorica capace di eseguire qualsiasi calcolo, uno strumento che non aveva nessuna pretesa di riprodurre il pensiero umano. Ottant’anni dopo, le architetture che derivano da quella descrizione battono i campioni del mondo a scacchi, e noi umani usiamo la parola “intelligenza” per descrivere quello che fanno. Lo facciamo pero senza esserci mai accordati su cosa quella parola significhi quando la applichiamo a noi. La neuroscienza sa descrivere in dettaglio come il cervello elabora informazioni e quali aree si attivano in base alle varie attività che svolgiamo, ma quello che non ha ancora spiegato è perché tutta questa attività elettrochimica produca un’esperienza soggettiva, quindi il fatto che proviamo qualcosa ad essere vivi o a fare delle esperienze (così si apre il tema intelligenza artificiale).

David Chalmers definì questo “il problema difficile della coscienza” nel 1995. A trent’anni di distanza, nessuna teoria dei meccanismi neurali lo ha risolto, perché spiegare come funziona un processo cognitivo è una cosa diversa dallo spiegare perché quel processo sia anche accompagnato da un’esperienza interiore.
Il punto in cui le due domande si toccano
La fisica quantistica ha un problema strutturalmente simile. Le sue equazioni descrivono con precisione il comportamento della materia a scala subatomica, ma richiedono un atto di misurazione per produrre un risultato definito da uno stato in cui tutte le possibilità coesistono nello stesso momento. Chi o cosa costituisca un osservatore sufficiente è un problema che ad oggi la fisica non ha ancora risolto.
Alcune delle interpretazioni più serie, come quella di von Neumann e quella di Wigner, dicono che la coscienza giochi un ruolo in quel processo. Se così fosse, costruire un modello completo dell’universo senza una teoria della coscienza sarebbe impossibile. Stiamo costruendo sistemi che definiamo intelligenti senza nemmeno sapere ancora cosa rende intelligente un cervello biologico, e stiamo costruendo modelli del cosmo senza sapere ancora cosa rende cosciente un sistema fisico. Le domande che queste due discipline evitano entrambe, cercandone le risposte senza parlarsi, potrebbero dunque avere la stessa forma.
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