Un nuovo studio pubblicato su PNAS Nexus dimostra che almeno un microrganismo può sopravvivere all’espulsione violenta da un pianeta. La vita potrebbe davvero viaggiare tra i mondi.

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L’idea che la vita possa spostarsi da un pianeta all’altro trasportata da detriti cosmici si chiama panspermia, e risale al filosofo greco Anassagora. Per secoli è rimasta ai margini della scienza, ma un nuovo studio le restituisce oggi credibilità concreta. I ricercatori della Johns Hopkins University, guidati dalla dottoranda Lily Zhao, hanno scelto come soggetto il batterio Deinococcus radiodurans, l’organismo più resistente alle radiazioni conosciuto.

Il batterio e il freddo

Questo batterio sopravvive al freddo, alla disidratazione, al vuoto, persino all’acido, ed è per questo che viene definito poliestremofilo. In laboratorio, il team lo ha sottoposto a pressioni estreme per tempi brevissimi, simulando le condizioni di un impatto di asteroide su Marte capace di scagliare detriti nello spazio. D. radiodurans è sopravvissuto a pressioni fino a 3 gigapascal, il valore massimo raggiunto dai macchinari. Sono stati quindi i macchinari a cedere prima del batterio.

Il batterio più resistente dell'universo: sopravvive anche all'impatto di un asteroide
Il batterio Deinococcus radiodurans prima e dopo la simulazione di impatto. Credit: Johns Hopkins University.

«Forse siamo marziani»

Un impatto su Marte può generare pressioni fino a 5 gigapascal. Il batterio non ha resistito fino a tanto ma il risultato è già sufficiente a riscrivere le aspettative. L’RNA dei campioni sopravvissuti mostrava segni di stress biologico crescente all’aumentare della pressione, ma la vitalità restava alta. Lo studio ha anche implicazioni inverse: se un microrganismo terrestre riuscisse a imbarcarsi su un rover o un lander, potrebbe in teoria sopravvivere al viaggio e contaminare un altro pianeta.

«La vita potrebbe effettivamente sopravvivere all’espulsione da un pianeta e raggiungerne un altro», ha dichiarato il coautore senior K.T. Ramesh. «Forse siamo marziani», ha aggiunto Zhao.

Domande aperte

Per ora restano domande aperte. Il laboratorio ha simulato le pressioni di un impatto, ma il viaggio interplanetario dura millenni e comporta condizioni molto più estreme. Resistere a uno shock istantaneo da 3 gigapascal non equivale a sopravvivere a tutto questo. Lo studio dimostra che il primo ostacolo, considerato insormontabile, non lo è, ma quanti altri ostacoli manchino è ancora da scoprire.

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