In piena Guerra Fredda, l’esercito americano assunse il giovane astronomo, Carl Sagan, per calcolare gli effetti di una bomba atomica sganciata sulla Luna. Il piano era a dir poco spaventoso.

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Il 4 ottobre 1957, l’Unione Sovietica lanciò lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale nella storia dell’umanità. Negli Stati Uniti, il panico fu immediato. Se i sovietici erano in grado di mettere in orbita un oggetto, erano in grado anche di puntare un missile ovunque. In quel clima qualcuno propose un’idea che oggi sembra, nonostante il clima teso di questo periodo, molto priva di senso: dimostrare la superiorità americana facendo esplodere una bomba atomica sulla Luna, visibile a occhio nudo dalla Terra.

Il progetto che nessuno doveva conoscere

Il piano fu classificato come Progetto A119, con il titolo ufficiale “A Study of Lunar Research Flights“, scelto appositamente per non rivelare nulla del proprio contenuto. Tra il 1958 e il 1959, un team di dieci scienziati guidato dal fisico Leonard Reiffel, che aveva lavorato con Enrico Fermi, fu incaricato di studiare la visibilità dell’esplosione, le implicazioni scientifiche e le conseguenze sulla superficie lunare. L’obiettivo principale era produrre un lampo abbastanza luminoso da essere visibile dalla Terra, che dimostrasse al Cremlino e al mondo che gli Stati Uniti erano ancora una potenza da temere.

L’idea iniziale era di usare una bomba a idrogeno, ma per l’Air Force era troppo pesante per il missile che si intendeva usare. Si optò per una testata W25 da 1,7 kilotoni, molto più piccola. La detonazione era prevista lungo la linea terminatrice, il confine tra la zona illuminata e quella in ombra della Luna, per massimizzare la visibilità del lampo.

Il giovane Sagan

Tra i membri del team c’era un giovane astronomo di 24 anni, dottorando all’Università di Chicago, di nome Carl Sagan. Il suo compito specifico era calcolare matematicamente come si sarebbe espansa la nube di polvere generata dall’esplosione nel vuoto e nella bassa gravità lunare, un elemento essenziale per determinare la visibilità dell’evento dalla Terra. Sagan era già brillante, convinto che l’esplorazione dello spazio dovesse servire a capire l’universo, non a intimidire i nemici.

Il progetto e la bomba atomica

Il Progetto A119 rimase classificato per quasi quarant’anni. A renderlo noto fu, indirettamente, Sagan stesso: nel 1959, presentando domanda per una borsa di studio all‘Università della California a Berkeley, menzionò i titoli di due documenti classificati del progetto nella sua domanda. Lo scrittore Keay Davidson scoprì il riferimento negli anni Novanta mentre scriveva la sua biografia di Sagan.

Leonard Reiffel confermò tutto nel 2000, scrivendo una lettera in cui dichiarò di essere inorridito all’idea che un simile gesto fosse mai stato preso in considerazione. Il governo degli Stati Uniti non ha però mai ufficialmente riconosciuto l’esistenza del progetto.

Quando gli Usa volevano sganciare una bomba atomica sulla Luna
Carl Sagan, a lui oggi e dedicato il The Carl Sagan Institute. Credit: 2025 College of Arts & Sciences

Perché non se ne fece nulla

Le ragioni esatte della cancellazione rimangono parzialmente sconosciute, anche perché tutti i rapporti prodotti dal progetto furono distrutti nel 1987. La spiegazione più probabile è il rischio che la testata potesse non raggiungere la Luna e ricadere sulla Terra, generando quello che i documenti descrivevano come “un potenziale incidente internazionale altamente indesiderabile”. Anche i sovietici avevano valutato un progetto simile: il Progetto E4. Entrambe le potenze si fermarono, per fortuna, prima di procedere.

Un periodo buio

Carl Sagan divenne nei decenni successivi la voce più nota della divulgazione scientifica mondiale, il difensore più appassionato dell’idea che la scienza dovesse servire la pace e la comprensione reciproca tra i popoli. Non menzionò mai pubblicamente il Progetto A119, una delle prove più controverse di quello strano e buio periodo.

Fonti