Grigori Perelman ha dimostrato una delle congetture più difficili della storia della matematica, rifiutato un milione di dollari e la medaglia più prestigiosa del settore. Poi è tornato a San Pietroburgo e ha smesso di rispondere al telefono
Nel 1904, il matematico francese Henri Poincaré formulò una domanda sulla forma degli oggetti tridimensionali così difficile che per cent’anni nessuno riuscì a risponderle. Divenne uno dei “7 Problemi del Millennio”, quelli per cui il Clay Mathematics Institute di Boston offre un milione di dollari a chiunque li risolva. Nel 2002, un matematico russo di 35 anni di nome Grigori Perelman pubblicò su arXiv 3 paper che risolvevano la congettura di Poincaré, senza promuoverli o proporli a delle riviste, lì pubblicò e basta.
Quello che successe dopo
La comunità matematica mondiale impiegò 4 anni a verificare la dimostrazione, e nel 2006 il consenso era ormai unanime: Perelman aveva ragione. La rivista Science lo proclamò “Breakthrough of the Year”, il primo riconoscimento del genere mai assegnato a un risultato matematico. La Fields Medal, che è al Nobel quello che il Nobel è al premio della parrocchia, gli venne assegnata. Perelman la rifiutò, dicendo che il suo contributo non era maggiore di quello di Richard Hamilton, il matematico americano che aveva sviluppato le tecniche su cui si basava la sua dimostrazione.

Nel 2010, il Clay Institute gli offrì il milione di dollari, ma ovviamente, con totale coerenza, rifiutò anche quello. Nel 2005 aveva già lasciato l’Istituto Steklov di San Pietroburgo dove lavorava, dichiarando di essere deluso dagli standard etici della comunità matematica. Da allora vive in un appartamento a San Pietroburgo e non rilascia interviste dal 2006.
Un genio diverso dallo standard
Quello che rende la storia di Perelman interessante, al di là della matematica, è che mette in crisi una narrazione a cui siamo da sempre tutti molto affezionati: quella del genio che vuole essere riconosciuto e che lavora “per la gloria”. Perelman ha dimostrato una delle congetture più difficili della storia umana, ha aspettato che altri la verificassero, e poi rimettendosi il cappotto è tornato a casa.
Non aveva bisogno del milione di dollari o della gloria. Nella storia della scienza, che è anche una storia di ego e rivalità per la priorità delle scoperte, questo è un caso quasi unico. La domanda che resta aperta e che porta a riflettere maggiormente oggi, nell’epoca dei social è solo una: cosa significa fare scienza quando il riconoscimento esterno smette di essere la ragione per cui lo fai?
Per saperne di più:
