La Cina ha mostrato per la prima volta il piano che dovrebbe portare i taikonauti sulla superficie della Luna entro la fine del decennio
Pechino ha mostrato per la prima volta nei dettagli il piano che dovrebbe portare i taikonauti sulla superficie lunare entro la fine del decennio. Due lanci separati, un incontro in orbita attorno alla Luna e una complessa sequenza di manovre: è questa l’architettura scelta dalla Cina per entrare nel ristretto club delle nazioni capaci di compiere un allunaggio con equipaggio. Quando si pensa a una missione lunare, l’immaginario corre immediatamente al gigantesco Saturn V che negli anni Sessanta portò gli astronauti americani verso la Luna. Il piano cinese, invece, segue una logica diversa: dividere il compito tra più veicoli specializzati. La missione sarà infatti costruita attorno a due lanci separati. Il primo porterà nello spazio la navicella con l’equipaggio, il secondo il modulo destinato all’allunaggio. I due veicoli si incontreranno in orbita lunare, dove verranno effettuate le manovre di aggancio necessarie per preparare la discesa verso la superficie. Una soluzione complessa, ma che consente di evitare la costruzione di un singolo super-razzo capace di trasportare l’intera missione in un unico lancio.

Al centro del programma c’è Mengzhou, la nuova capsula cinese progettata per le missioni oltre l’orbita terrestre. A differenza delle capsule Shenzhou che hanno servito il programma spaziale cinese fino a oggi, Mengzhou nasce per esplorare lo spazio profondo e per sostenere viaggi più lunghi e complessi. La capsula rappresenta una sorta di equivalente cinese della Orion americana: un veicolo destinato non soltanto alla Luna ma anche alle future ambizioni di esplorazione del Sistema Solare.
Lander e taikonauti: chi scenderà davvero sulla Luna?
Una volta raggiunta l’orbita lunare, parte dell’equipaggio si trasferirà nel veicolo da allunaggio. Mentre la capsula principale resterà in attesa in orbita, il lander inizierà la discesa verso la superficie. Terminata l’esplorazione, i taikonauti decolleranno nuovamente dal suolo lunare per ricongiungersi alla navicella madre e iniziare il viaggio di ritorno. È basato sul principio del Lunar Orbit Rendezvous, che rese possibili le missioni Apollo ed è una tecnica che, a oltre mezzo secolo di distanza, continua a essere considerata una delle soluzioni più efficienti per raggiungere il nostro satellite.

Una sfida tecnologica enorme
L’allunaggio non dipende soltanto dai razzi. Per avere successo, la Cina dovrà dimostrare di saper padroneggiare una lunga serie di tecnologie critiche:
- rendez-vous automatici in orbita lunare;
- sistemi di navigazione di estrema precisione;
- comunicazioni nello spazio profondo;
- sopravvivenza degli equipaggi oltre la magnetosfera terrestre;
- decollo dalla superficie lunare e ricongiungimento orbitale.
Molte di queste capacità sono già state testate nelle missioni Chang’E e nelle attività della stazione spaziale Tiangong, ma sarà la prima volta che verranno integrate in un’unica missione con esseri umani a bordo.
Molto più della Luna, meno di una sfida
Ridurre il programma lunare cinese a una semplice gara contro gli Stati Uniti sarebbe però un errore. La Luna è soprattutto un banco di prova. Ogni tecnologia necessaria per raggiungerla è indispensabile anche per future basi permanenti, per l’utilizzo delle risorse lunari e, un giorno, per missioni umane dirette verso Marte. In questo senso, la vera posta in gioco non è chi arriverà per primo, ma chi riuscirà a costruire una presenza stabile oltre l’orbita terrestre. Per oltre cinquant’anni la Luna è rimasta il simbolo di un’impresa appartenente al passato. Oggi, invece, sta tornando a essere una destinazione. La Cina non sta semplicemente preparando uno sbarco: sta costruendo il ponte verso una nuova era dell’esplorazione umana. E, se tutto procederà secondo i piani, entro la fine del decennio, quel ponte potrebbe estendersi fino alla superficie del nostro satellite.
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