Un nuovo studio suggerisce che Venere, oggi un mondo rovente e ostile, potrebbe aver ospitato oceani su circa il 90% della sua superficie prima di essere travolto da un effetto serra incontrollato.
Pochi pianeti del Sistema Solare somigliano alla Terra quanto Venere, e pochi sono al tempo stesso così diversi. Se il nostro pianeta è ricco di acqua liquida e brulicante di vita, Venere si presenta come il suo gemello oscuro: temperature capaci di fondere il piombo, una pressione atmosferica schiacciante e nubi di anidride carbonica che fanno piovere acido solforico. Eppure, i due mondi condividono dimensioni, densità e composizione minerale molto simili, il che ha spinto da tempo gli scienziati a chiedersi se anche Venere, in passato, fosse stato un pianeta d’acqua.

Le tracce geologiche di mari scomparsi
Un nuovo studio pubblicato su Earth & Planetary Science Letters, guidato dal geologo Richard Ghail dell’Università di Londra, propone che la superficie venusiana conservi ancora oggi i segni di antichi oceani, forse capaci in passato di ospitare persino forme di vita. Secondo le stime del team, l’acqua potrebbe aver ricoperto circa il 90% della superficie del pianeta, con un volume pari a circa il 40% di quello degli oceani terrestri. La maggior parte dei dati disponibili su Venere proviene ancora dalla sonda Magellan della NASA, che negli anni ’90 ha mappato il pianeta tramite radar, rivelando un paesaggio dominato da un vulcanismo intenso, con oltre 85.000 strutture vulcaniche identificate finora. I ricercatori si sono chiesti se alcune di queste formazioni, finora attribuite all’attività vulcanica, non abbiano invece un’origine marina.
Tre indizi che puntano verso il mare
Il primo indizio riguarda vaste distese attraversate da reticoli poligonali giganteschi. Se in passato queste fratture venivano spiegate come effetto del raffreddamento della roccia vulcanica, il team le ritiene più simili ai sistemi di faglie poligonali che si formano sui fondali marini terrestri, quando spessi strati di fango vengono compattati e perdono acqua nel tempo.
Il secondo indizio arriva dagli enormi canali noti come canali venusiani, tradizionalmente interpretati come flussi di lava. Alcuni si estendono però per migliaia di chilometri, una distanza difficile da giustificare con la sola lava. Gli autori dello studio suggeriscono che somiglino piuttosto a canali sottomarini scavati da correnti dense, ipotesi rafforzata dal fatto che molti di essi emergono dalle pianure senza un’origine vulcanica evidente, per poi terminare in bacini più profondi.
Il terzo indizio riguarda le creste increspate che punteggiano le pianure basse di Venere, che potrebbero coprire spessi strati di sale lasciati dall’evaporazione degli antichi oceani, in modo simile a quanto avvenuto nel Mediterraneo terrestre durante la Crisi di salinità del Messiniano, circa 5,5 milioni di anni fa.

Un’ipotesi ancora tutta da verificare
Nessuno di questi tre indizi è di per sé conclusivo: ciascuno potrebbe derivare da processi vulcanici o tettonici alternativi. Presi insieme, però, secondo i ricercatori delineano il quadro di un mondo che avrebbe ospitato oceani prima di essere travolto, meno di un miliardo di anni fa, da un effetto serra incontrollato. Le prossime missioni EnVision dell’ESA e VERITAS della NASA, entrambe dedicate a mappare Venere con una precisione molto superiore a quella di Magellan, potrebbero fornire i dati necessari a confermare o smentire questa affascinante ipotesi.
Fonte:
