Il rover Perseverance ha scoperto tracce di corindone, il minerale di rubini e zaffiri, in tre rocce di Marte: un ritrovamento inatteso che riapre il mistero della geologia del Cratere Jezero.
Quando il rover Perseverance della NASA ha puntato il suo laser su alcune rocce chiare nel Cratere Jezero nel 2025, gli scienziati non si aspettavano nulla di straordinario. Eppure, dentro quei campioni si nascondeva qualcosa che non era mai stato individuato prima sul Pianeta Rosso: un minerale che sulla Terra può valere una piccola fortuna.

Corindone, il minerale di rubini e zaffiri
Il minerale in questione è il corindone, la materia cristallina che dà origine a rubini e zaffiri. Nei campioni marziani è stata rilevata anche una traccia di cromo, l’elemento che regala ai rubini la loro tipica tonalità rosso-rosata. Un team guidato dalla geochimica Ann Ollila del Los Alamos National Laboratory ha definito la scoperta “molto inaspettata”, sottolineando come l’analisi spettroscopica su tre rocce ricche di plagioclasio abbia mostrato chiari segnali di corindone legato al cromo. I risultati completi sono stati pubblicati sulla rivista Geophysical Research Letters, dopo un confronto in laboratorio che ha rivelato somiglianze sorprendenti tra il segnale marziano e quello di gemme terrestri.
Un enigma chimico tutto da spiegare
La scoperta non è sorprendente perché si tratta di minerali preziosi, ma perché le condizioni necessarie alla loro formazione sono difficili da spiegare su Marte. Il corindone è la forma cristallina dell’ossido di alluminio e per formarsi richiede solitamente molto alluminio e poco silicio: se nei paraggi ci sono minerali silicatici, infatti, questi tendono ad “accaparrarsi” l’alluminio disponibile, dando origine a rocce come il plagioclasio. Il problema è proprio questo: tutte e tre le rocce in cui è stato individuato il corindone erano dominate proprio dal plagioclasio, e sono state trovate in punti diversi del bordo del cratere.
Tre rocce isolate, un’unica firma spettrale

Le tre rocce, battezzate Hampden River, Coffee Cove e Smiths Harbour, sono campioni pallidi e ricchi di plagioclasio, classificati come “float rocks”: frammenti non più collegati al basamento roccioso originario, probabilmente trasportati da altrove. Tra marzo e luglio del 2025 Perseverance le ha esaminate una per una con la spettroscopia a luminescenza risolta nel tempo, una tecnica che usa un laser per eccitare gli atomi dei minerali e misurarne la luce caratteristica emessa nel tornare allo stato normale. In tutti e tre i casi lo spettro ha restituito la firma tipica del corindone legato al cromo, con due picchi di luminescenza intorno a 692,7 e 694,1 nanometri, analoghi a quelli osservati nei rubini terrestri.
L’ipotesi più probabile: l’impatto che ha creato il cratere
Niente rubini scintillanti sparsi sulla superficie marziana, dunque, ma minuscoli grani di corindone intrappolati nelle rocce. Resta da capire come si siano formati. Tra le ipotesi in campo, i ricercatori privilegiano quella legata al gigantesco impatto che, miliardi di anni fa, ha scavato il Cratere Jezero: eventi di questo tipo sottopongono le rocce a calore e pressioni estreme, condizioni simili a quelle che generano minerali metamorfici nella crosta terrestre. Non è un caso isolato: tracce di corindone erano già state trovate in rocce alterate da impatti sulla Terra e sulla Luna.

Prossimo passo: riportare un campione sulla Terra
Gli indizi restano circostanziali ma convincenti: i grani di corindone sono minuscoli, le rocce sono state trovate sul bordo del cratere, vicino a formazioni interpretate come brecce da impatto. Per sciogliere il dubbio servirebbe individuare l’affioramento originario da cui provengono i campioni, o meglio ancora riportarne un pezzo sulla Terra. È un argomento in più a favore della missione Mars Sample Return, attualmente in stand-by: solo analisi di laboratorio dirette permetterebbero di stabilire con certezza come si sia formato questo corindone, offrendo un tassello in più per comprendere la storia geologica di Marte.
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