L’Agenzia Spaziale Americana ha alzato le probabilità che l’asteroide 2024 YR4 colpisca la Terra nel 2032 al 3,1%.
Secondo la NASA, la probabilità che un asteroide di grandi dimensioni, abbastanza grande da spazzare via un’intera città, colpisca la Terra nel 2032 è aumentata a 1 su 32, ovvero al 3,1%. Solo lo scorso 7 febbraio l’Agenzia aveva aumentato la probabilità dall’1,2% al 2,3%. Le probabilità di impatto sono poi salite al 2,6% e ora sono al 3,1%, secondo gli ultimi dati del Center for Near Earth Object Studies della NASA.
Cosa sappiamo dell’asteroide 2024 YR4

L’asteroide 2024 YR4 ha un diametro stimato di circa 54 metri, quasi come la larghezza della torre di Pisa. Ma sebbene sia troppo piccolo per porre fine alla civiltà umana, potrebbe comunque spazzare via una grande città, rilasciando circa 8 megatoni di energia all’impatto, più di 500 volte quella rilasciata dalla bomba atomica che distrusse Hiroshima. La buona notizia è che c’è ancora una probabilità del 96,9% che l’asteroide manchi completamente la Terra. Man mano che i ricercatori apprendono di più sulla sua traiettoria, le probabilità di un impatto probabilmente diminuiranno allo 0%. C’è anche una piccola probabilità dello 0,3% che YR4 colpisca la Luna invece della Terra, come riportato in precedenza da Live Science.
Qui potete simulare l’impatto che avrebbe sulla Terra.
Come lo stiamo monitorando
Di recente, a un team di scienziati è stato concesso l’uso d’emergenza del telescopio spaziale James Webb per studiare YR4 nei prossimi mesi e valutarne i rischi, nonché le sue reali dimensioni. YR4 è attualmente l’unico asteroide di grandi dimensioni noto con una probabilità superiore all’1% di colpire la Terra. Nell’improbabile eventualità che YR4 collida con il nostro pianeta, probabilmente arriverebbe da qualche parte lungo un “corridoio di rischio” che si estende attraverso l’Oceano Pacifico orientale, il Sud America settentrionale, l’Oceano Atlantico, l’Africa, il Mar Arabico e l’Asia meridionale, secondo quanto calcolato dalla NASA.
Per saperne di più
- Leggi l’articolo originale su Live Science.
