Lo spazio è silenzioso, ma i buchi neri possono “farsi sentire”: scopri come onde gravitazionali e radiazioni trasformano eventi cosmici estremi in segnali rilevabili dalla scienza.

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Se un essere umano si trovasse a vagare nel vuoto dello spazio, gli istanti che precedono la morte sarebbero caratterizzati dall’assenza totale di suoni percepibili. Ciò è dovuto al fatto che il suono è un’onda meccanica che richiede un mezzo materiale per propagarsi: nello spazio interplanetario e interstellare, la densità della materia è estremamente bassa, insufficiente a consentire la trasmissione efficace delle vibrazioni tra particelle (vediamo cosa c’entrano i buchi neri).

La propagazione del suono avviene infatti tramite collisioni tra particelle di un mezzo (come aria o acqua), che trasferiscono energia sotto forma di onde di pressione. Quando queste onde raggiungono l’orecchio umano, inducono vibrazioni nella membrana timpanica, permettendo la percezione uditiva.

Tuttavia, l’assenza di un mezzo acustico non implica l’impossibilità di “ascoltare” lo spazio in senso scientifico. Gli scienziati utilizzano tecniche di sonificazione dei dati per convertire segnali elettromagnetici, oscillazioni di plasma o altre variazioni fisiche rilevate da strumenti spaziali in frequenze udibili. Questi paesaggi sonori, sebbene artificialmente generati, consentono di analizzare fenomeni cosmici e di estrarre informazioni utili in ambito astrofisico.

Buchi neri
Buchi neri, rappresentazione artistica

L’interpretazione dei segnali provenienti dal cosmo

Lo studio dello spazio si fonda sull’interpretazione di segnali fisici, che vengono acquisiti e trasformati in informazioni scientificamente significative.

La maggior parte dei segnali provenienti dal cosmo appartiene allo spettro elettromagnetico; tuttavia, la percezione visiva umana è limitata a una porzione ristretta di tale spettro (luce visibile). Altri tipi di segnali includono perturbazioni nei plasmi astrofisici e onde gravitazionali, ossia fluttuazioni del tessuto dello spazio-tempo previste dalla teoria della relatività generale. Analogamente ai sistemi di telecomunicazione, in cui segnali elettromagnetici (come onde radio o impulsi luminosi in fibra ottica) devono essere codificati e successivamente decodificati per risultare interpretabili, anche in ambito astronomico i dati grezzi non possiedono un significato immediatamente accessibile ai sensi umani. Essi richiedono pertanto processi di elaborazione e traduzione in rappresentazioni comprensibili.

Tradizionalmente, i dati astronomici vengono convertiti in formato visivo, modalità particolarmente efficace per l’analisi della radiazione elettromagnetica. Tuttavia, poiché i fenomeni fisici nello spazio si manifestano attraverso diverse tipologie di onde, in alcuni casi risulta più appropriato utilizzare rappresentazioni alternative, come quella sonora.

Lo scienziato Albert Einstein
Lo scienziato Albert Einstein

Sonificazione dei dati

Nel contesto della sonificazione dei dati — ad esempio nei progetti sviluppati dalla NASA — le informazioni possono essere trasformate in segnali acustici attraverso diverse metodologie. In alcuni casi si effettua una conversione diretta delle caratteristiche di un’immagine (ad esempio intensità luminosa e posizione) in parametri musicali come frequenza e ampiezza.

In altri, si mappano dati relativi a onde fisiche su frequenze udibili, rendendo percepibili fenomeni altrimenti inaccessibili, quali onde di pressione nei gas caldi circostanti buchi neri supermassicci o oscillazioni del plasma lungo le linee del campo magnetico terrestre. Questo approccio consente di ampliare le modalità di analisi e interpretazione dei dati astrofisici, integrando la percezione visiva con quella uditiva.

Ogni corpo del Sistema Solare è caratterizzato da specifiche dinamiche fisiche che possono essere tradotte in segnali acustici tramite opportuni modelli e strumenti di sonificazione. Nel caso del Sole, i moti convettivi presenti nella sua fotosfera — costituiti da celle di convezione (granuli) che si espandono e si contraggono su scale spaziali molto estese — generano oscillazioni e onde di pressione. Queste perturbazioni, studiate nell’ambito dell’eliosismologia, possono essere convertite in segnali sonori udibili.

Sebbene il suono non possa propagarsi nel vuoto dello spazio, simulazioni basate sui dati osservativi indicano che tali oscillazioni, se trasmesse in un mezzo materiale, corrisponderebbero a un segnale continuo e intenso, con livelli di pressione sonora teoricamente prossimi ai 100 decibel.

Pianeti giganti gassosi
Pianeti giganti gassosi

Le radiazioni elettromagnetiche di Saturno e Giove

I pianeti giganti Saturno e Giove, caratterizzati da complessi sistemi di anelli e numerosi satelliti naturali, emettono intense radiazioni elettromagnetiche, in particolare nella banda delle onde radio. Tali emissioni, se convertite in segnali acustici tramite processi di sonificazione, producono suoni strutturati e spesso percepiti come insoliti o inquietanti, dovuti a fenomeni come interazioni magnetosferiche, vento solare e attività delle loro lune.

Le prime rilevazioni di segnali radio provenienti dallo spazio risalgono al 1933, quando l’ingegnere e astronomo Karl Guthe Jansky costruì un’antenna rotante, nota come “giostra di Jansky”, progettata per studiare interferenze radio a specifiche frequenze.

Analizzando i dati raccolti, Jansky individuò un segnale persistente, inizialmente interpretato come rumore di fondo. Successive indagini dimostrarono che tale emissione non era di origine terrestre, bensì proveniva dalla regione centrale della Via Lattea, segnando così la prima scoperta di radiazione radio di origine galattica e ponendo le basi della radioastronomia moderna.