Nel 1935 un fisico austriaco, già Premio Nobel, chiuse (mentalmente) un gatto in una scatola con un barattolo di veleno e un atomo radioattivo. Voleva dimostrare l’assurdità della meccanica quantistica. Invece il mondo ha preso il suo paradosso come la migliore spiegazione della teoria.
Erwin Schrödinger non era solo “l’uomo del gatto immaginario”, tutt’altro. Nel 1926 pubblicò l’equazione che porta il suo nome, una delle pietre miliari della meccanica quantistica, quella che descrive come si comporta una particella nel tempo e nello spazio. Nel 1933, poi, vinse il Premio Nobel insieme a Paul Dirac. Quello stesso anno, con Hitler al potere, lasciò la Germania perché non sopportava le persecuzioni portate avanti dal nazistmo. Si trasferì a Oxford, e lì, due anni dopo, partorì il famoso paradosso, spesso citato in film e serie di fantascienza e non come Donnie Darko o Dark, o nei discorsi che ascoltiamo quando qualcuno prova a spiegare la meccanica quantistica.
L’esperimento mentale
Schrödinger immaginò una scatola d’acciaio. Dentro ci mise un gatto, un barattolo di veleno, un contatore Geiger e un atomo radioattivo. Se l’atomo decade, il contatore scatta, un martello rompe il barattolo e il gatto muore, mentre se non decade, il gatto vive. Finché la scatola resta chiusa, l’atomo è contemporaneamente decaduto e non decaduto, ma se l’atomo è in due stati, allora anche il gatto è vivo e morto allo stesso tempo.

La critica a Copenaghen
Schrödinger però non credeva a questa storia. L’interpretazione di Copenaghen, quella di Niels Bohr e Werner Heisenberg, diceva che la realtà non esiste finché non la osservi. Applicata a un gatto, quell’idea diventava un errore logico. Lui stesso scrisse che si potevano “costruire casi del tutto burleschi” e definì il suo esperimento una “macchina infernale”. Il gatto doveva dunque essere una demolizione, non una dimostrazione come oggi si crede.
Il contesto con Einstein
Schrödinger non lavorò da solo. Il suo paradosso nacque in una discussione con Albert Einstein sull’articolo EPR, quello che criticava l’idea che la meccanica quantistica fosse completa. In quelle lettere Schrödinger coniò anche il termine “entanglement” per descrivere le strane correlazioni a distanza tra particelle. Il gatto doveva quindi dimostrare che se si prende sul serio la sovrapposizione quantistica, si arriva a conseguenze insostenibili per cose grandi come un gatto. Chissà cosa ne direbbe se fosse vivo oggi. Forse, si farebbe solo una grossa risata.
Fonte:
