La serie Netflix Dark è fisicamente possibile? Abbiamo fatto il fact-checking di alcuni concetti della serie Netflix (forse la più complessa), tra filosofia e fisica da Premio Nobel.
Baran bo Odar e Jantje Friese hanno fatto una scommessa assurda con Dark, quella di trasformare una serie Netflix in un corso di fisica teorica, sperando che il pubblico non scappasse. E se siamo quì a parlarvene a quanto pare ha funzionato. Questo perchè Dark non usa la scienza nel solito modo superficiale, giusto per giustificare la trama, giusto per rimediare a errori, ma la usa infatti come il mattone su cui costruire un capolavoro.
Dietro la pioggia incessante e le facce tristi di Winden c’è molta rigorosità matematica, spesso si fatica addittura a starci dietro. Niente magia e niente “energia quantica” usata a caso, perchè sì, questo termine viene spesso usato a caso, perchè “fa figo” e “nessuno capirà”. Nella serie si citano Einstein, Rosen e Novikov… e la cosa irritante, per chi cerca l’errore da criticare a tutti i costi, è che tutto sembra sempre avere senso e lo ha.
I Ponti di Einstein-Rosen… in una grotta?
Il passaggio nelle grotte non è un portale magico (era troppo banale) ma è un wormhole lorentziano. Nel 1935, Einstein e Rosen misero su carta l’idea che la gravità potesse piegare lo spazio fino a collegare due punti lontani. Ma quindi? Cosa c’entra con una grotta?
Dove la serie diventa interessante infatti è nel problema: un wormhole naturale è instabile, quindi se provi a entrarci e si chiude, ti “stritola”.
Per tenerlo aperto serve una pressione negativa. In Dark, usano il cesio radioattivo della centrale (la melma nera per intenderci). È l’equivalente narrativo della “materia esotica” teorizzata da Kip Thorne negli anni ’80. Senza quella sostanza a fare da puntello il tunnel di Jonas collasserebbe in un nanosecondo. La serie quindi rispetta la regola classica: niente viaggio senza carburante esotico.

Il paradosso: chi ha scritto il libro? (Allerta spoiler)
Qui è dove il cervello, solitamente, inizia a non capirci più nulla. Tannhaus riceve il suo libro “Viaggio attraverso il Tempo” dal futuro, poi lo copia, lo pubblica, e anni dopo quel libro tornerà indietro nel tempo per essere dato a lui.
Chi ha scritto l’originale? La risposta è semplice: nessuno. L’informazione esiste nel loop senza un creatore. È il Paradosso di Bootstrap.
La serie inoltre applica magistralmente il Principio di Autoconsistenza di Novikov, ovvero che il passato non si può cambiare: se provi a sparare a qualcuno nel 1940 per salvare il 2025, la pistola si inceppa, o peggio ancora, il tuo proiettile devia e crea proprio il problema che volevi risolvere. Che gran casino eh. Ulrich che cercando di uccidere Helge bambino finisce per trasformarlo nel mostro che conosce è l’esempio perfetto.
Ok ma perché proprio 33 anni?
Perché il portale si apre ogni 33 anni? È per simbolismo? È una scelta a caso? No, 33 anni è il ciclo lunisolare, un problema che faceva impazzire gli astronomi prima di noi (molto prima di noi). L’anno solare ha 365 giorni, quello lunare 354. Sono sfasati di 11 giorni. Se facciamo i calcoli, servono 33 anni perché il Sole e la Luna tornino a sincronizzarsi quasi perfettamente nello stesso punto.
Gli autori hanno preso un fatto astronomico reale e lo hanno usato per dare un ritmo all’apocalisse. Questo ricorda quanto sta accadendo con Stranger Things oggi, o ancora meglio, in Interstellar con lo scorrere del tempo nello spazio… ma non vogliamo fare esempi troppo forzati (o affrettati).

Jonas e il gatto vivo/morto
Alla fine, per rompere il loop iniziato, gli autori hanno dovuto cambiare un po’ manuale. La Relatività Generale (dove il tempo è fisso) non bastava più, serviva la Meccanica Quantistica (che ricordiamo come nella realtà le 2 non possano ancora combaciare).
Nel finale vediamo quindi due realtà: in una Jonas viene salvato, nell’altra no. E non è un errore.
È la sovrapposizione quantistica (stavolta il termine usato correttamente): il famoso Gatto di Schrödinger, quindi finché nessuno osserva, le possibilità coesistono. Dark sfrutta l’interpretazione alla teoria Molti Mondi di Hugh Everett III: ogni scelta crea un nuovo universo. L’unico modo per scappare dalla prigione di Einstein era quindi rifugiarsi nel multiverso di Everett.
Quello che distingue Dark da tutto il resto è il rispetto per le regole (magari non sempre). Dove altre serie usano il viaggio nel tempo come una bacchetta magica per risolvere i buchi di trama causati, Dark usa la fisica, quella vera, per risolvere realmente la trama. In ogni caso, questa serie resta quindi un vero e proprio “miracolo televisivo”.
Attenzione, non stiamo dicendo sia perfetta, anzi, senza fare spoiler (ulteriori) per chi dovesse ancora recuperarla, a volte fa storcere il naso anche ai più affezionati… ma resta un grande prodotto, forse perchè non ha trattato il pubblico come “totali ignoranti” nell’ambito scientifico. Quindi sì, molte cose sono possibili realmente. Forse non potremo mai entrare in una grotta e sbucare nel 1986, ma la serie ci lascia con un dubbio inquietante: e se il libero arbitrio fosse solo un’illusione?
Per saperne di più:
- Einstein, A., & Rosen, N. (1935). The Particle Problem in the General Theory of Relativity.
- Thorne, K. (1994). Black Holes and Time Warps.
