Sulla Luna e su Marte sono perfettamente visibili, ma su Venere non ne avevamo mai individuati, fino ad oggi.
All’inizio della storia del Sistema Solare, le cose erano molto più violente di oggi. Le rocce volavano dappertutto, colpendo i pianeti appena formati, cospargendoli di crateri e scavando bacini da impatto. Mercurio, Marte e la Luna sono tutti pesantemente caratterizzati da questi crateri. Perfino la Terra, dove i processi geologici e meteorologici erodono rapidamente la maggior parte delle tracce, mostra segni di impatti giganti. Ma c’è qualcosa di veramente strano su Venere. Sebbene questo mondo infernale presenti sulla sua superficie dei crateri da impatto splendidamente conservati, gli scienziati non erano ancora riusciti a trovare alcuna prova dell’esistenza di crateri di più di 300 chilometri di diametro. Ora, questa prova è arrivata.
I bacini da impatto scoperti su Venere

Gli scienziati hanno scoperto una serie di anelli concentrici sulla superficie di Venere, di circa 1.500 chilometri di diametro. Nuove analisi suggeriscono che siano stati il risultato di due impatti giganti, uno dopo l’altro, con un pianeta che era ancora fuso sotto una crosta sottile, circa 3,5 miliardi di anni fa. “Se si trattasse davvero di una struttura da impatto, sarebbe la più antica e la più grande di Venere, offrendoci una rara opportunità di dare un’occhiata al passato di Venere e influenzando i processi primordiali del pianeta”, ha spiegato la geologa Vicki Hansen del Planetary Science Institute.
Cosa li ha causati
“E forse ancora più importante, ci mostra che non tutte le strutture d’impatto sono uguali. Le strutture d’impatto derivano da un bolide, un corpo di composizione non specificata, che entra in collisione con un pianeta. La natura del bolide è importante, ma lo è anche la natura del bersaglio” dicono gli scienziati. Quando i pianeti rocciosi si erano appena formati, erano molto più caldi all’interno di quanto non lo siano ora, e i loro interni fusi costituivano la parte maggiore del loro volume sotto una crosta molto più sottile. Hansen e i suoi colleghi hanno eseguito analisi specifiche per studiare i processi di formazione che avrebbero potuto produrre questi crateri e hanno determinato che un doppio impatto fosse lo scenario più plausibile.
Per saperne di più:
- Leggi il comunicato stampa dell’Istituto di Scienze Planetarie.
