Era il 7 gennaio del 1610 quando Galileo osservò in cielo quelli che si rivelarono poi essere i quattro satelliti principali del pianeta Giove: Io, Europa, Ganimede e Callisto. La storica osservazione diede un contributo molto solido alla teoria eliocentrica già proposta da Copernico che proponeva il Sole al centro del sistema solare e dell’universo andando contro la teoria tolemaica che poneva la Terra al centro di tutto.

La figura di Galileo Galilei è stata indubbiamente una delle più celebri in ambito scientifico grazie agli importantissimi contributi dati alla fisica e all’astronomia. Si deve a lui non solo la nascita di quello che oggi è diventato il metodo scientifico, tanto da esserne definito il padre, ma anche l’utilizzo del cannocchiale in ambito astronomico con quello che divenne a tutti gli effetti il precursore dei moderni telescopi. Le conseguenti osservazioni del cielo portarono a incredibili scoperte nell’ambito dell’astrofisica come quella che avvenne nella notte di oltre quattrocento anni fa. Il 7 Gennaio 1610 Galileo decise di utilizzare il primo dei suoi “canocchiali di Galileo”, una sorta di tubo di piombo con applicate due lenti, per osservare il pianeta Giove. Quella sera riuscì a osservare quelle che subito ritenne essere tre stelle visibili vicino al pianeta ma che in realtà erano le tre lune Io, Europa e Callisto (3 dei 4 satelliti ‘futuri’ galileiani).

Satelliti di Giove
I 4 satelliti galileiani di Giove. Da sinistra a destra: Io, Europa, Ganimede e Callisto. Credit: NASA

I 4 corpi celesti

Galileo si rese conto della scoperta nell’osservazione della sera successiva quando notò che le tre “stelle” avevano cambiato posizione e se n’era aggiunta una quarta (Ganimede). Continuò quindi imperterrito a osservare i movimenti di quegli oggetti nelle sere successive e giunse a conclusione che la loro posizione relativa mutava coerentemente con dei corpi celesti in orbita attorno al pianeta. A volte seguivano e a volte precedevano Giove, ma sempre a intervalli regolari e senza mai allontanarsi oltre una certa distanza dal pianeta. Dopo aver raccolto 65 osservazioni a conferma della sua scoperta, la annunciò il 13 marzo 1610 nel Sidereus Nuncius, un trattato di astronomia nel quale riportava inoltre le sue conclusioni riguardo le “rugosità” della Luna (la presenza di montagne e crateri lunari mentre sino a quel momento si era ritenuto che fosse liscia e composta di materiale celeste incorruttibile) e il movimento relativo tra essa e la Terra studiato attraverso le proiezioni di luce e ombre sul satellite naturale.

I quattro satelliti di Giove, noti oggi come satelliti galileiani, vennero presentati chiamandoli “astri medicei” in onore di Cosimo II de Medici che fu allievo di Galileo e in seguito suo grande amico e sostenitore. I nomi delle singole lune invece furono scelti dall’astronomo tedesco Simon Mayr (o Marius, secondo il nome latinizzato), che si reputa le abbia osservate in modo quasi totalmente indipendente qualche tempo dopo Galileo, ma sono stati utilizzati soltanto a partire dalla metà del XX secolo. Sino a quel momento venne utilizzata la designazione numerica romana introdotta da Galileo, composta dal nome del pianeta seguito da un numero romano che indica l’ordine di distanza crescente da Giove (per esempio, Ganimede era chiamato Giove III).

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