La più luminosa della costellazione del Boote, la stella Arturo si lascia ammirare in tutto il suo splendore nelle notti di primavera dall’emisfero boreale

Arturo (α Bootis) è una gigante arancione che deriva il suo nome dal greco antico Ἀρκτοῦρος , ovvero “il guardiano dell’orsa” e ciò allude alla sua vicinanza con la costellazione dell’Orsa Maggiore. Per individuare Arturo, infatti, prendiamo come riferimento il suo famoso asterismo noto come Grande Carro e ci focalizziamo sulle stelle che ne compongono il manico. Puntiamo l’estremità del manico – la stella Alkaid – e da lì facciamo partire un arco nel cielo lungo il doppio della lunghezza del manico. Alla fine di questo arco troveremo una stella molto luminosa dalla colorazione tendente al rosso, la nostra Arturo.

La stella Arturo nell’immaginario collettivo degli arabi

Situata nel punto più in basso dell’asterismo detto “aquilone” che forma il corpo del pastore Boote, presso gli arabi è conosciuta con il nome di  السماك الرامح (al-simāk al-rāmiḥ), da cui i nomi latinizzati Aramech e Alramih, quest’ultimo utilizzato da Geoffrey Chaucer nel suo Trattato sull’astrolabio. Non è l’unica stella conosciuta in arabo con il nome di simāk, c’è un’altra stella infatti che è chiamata السماك الأعزال (al-simāk al-aʿzāl), latinizzato in Azimech, e che corrisponde alla stella Spica. Sembra difficile fornire una traduzione esatta del termine simāk. Alcuni ritengono che faccia riferimento alla posizione elevata delle due stelle, poiché la radice verbale da cui deriva significa “essere alto, elevato”. Altri studiosi hanno indagato la questione, ma senza giungere a conclusioni soddisfacenti. Potrebbe, tuttavia, considerarsi come una sorta di nome alternativo per stella, poiché dalla stessa radice verbale smk abbiamo il verbo samuka che vuol dire “essere grosso, spesso”, quindi denso. Questo potrebbe essere un riferimento all’intensità luminosa delle due stelle in questione, ma, per l’enorme incertezza che circonda questa parola, e in linea con alcuni studiosi, non tradurremo il termine. Dal significato più certo sono invece i due aggettivi che accompagnano il nome di entrambe le stelle, chiamate dagli arabi السماكان (al-simākānī, “le due simāk”). Nel caso della stella Arturo, l’aggettivo الرامح (al-rāmiḥ) allude ad una lancia الرمح (al-rumḥ), che sarebbe il nome di una stella vicina, mentre sempre della nostra gigante arancione ci sono due stelle chiamate السلاح (al-silāh), le armi. La stella Spica, invece, accompagnata dall’aggettivo الأعزال (al-aʿzāl), ovvero “indifesa, inerme”, risulta, quindi, disarmata. Infatti, come si legge in questi del poeta arabo cieco Abū al-ʿAlāʾal-Maʿarrī (973-1058 d.C.): 

Due simak nel cielo hanno dimora;
mentre l’uno impugna una lancia, l’altro non ha arma.

Notte stellata dal deserto di Abu Dhabi. Credit: Ghawady Ehmaid Link: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Abu_Dhabi_Desert.jpg

Ma la stella Arturo compare anche in altri versi, questa volta di Ibn alṢūfi, figlio dell’astronomo ‘Abd al-Rahmān alṢūfi. Basandosi sul trattato paterno conosciuto come “Libro delle stelle fisse” composto nel 964 d.C., Ibn alṢūfi nel suo Poema sulle stelle أرجوزة في الكواكب (urjūza fī’l-kawākib) mette in versi le 48 costellazioni tolemaiche integrando la tradizione greca con quella beduina legata agli astri. I componimenti – tutti rigorosamente rimati come vuole la metrica tipica della poesia classica araba – non danno informazioni scientifiche relative alle stelle, ma stimolano l’immaginazione e la capacità mnemonica per aiutare ad orientarsi di notte. In questi versi non ritroviamo le figure e le forme a cui ci hanno abituato i greci, piuttosto essi invitano il lettore a seguire le tracce dei movimenti dei personaggi protagonisti (le stelle), che si ripetono come in un film proiettato nel cielo ogni volta che li si recita. Questi protagonisti sono per lo più animali come iene, lupi, gazzelle, o altri elementi relativi alla vita tribale. Nel suo poema sulla costellazione del Boote, Ibn alṢūfi presenta Arturo così:

V’è poi una stella come tizzone ardente 
chiamata il Simak con la lancia pungente

Arturo e la stagione as-sk

La vita delle tribù beduine del deserto arabico segue naturalmente i mutamenti dell’ambiente: il ciclo vitale di piante e animali, le piogge, le fasi della luna e le stelle. Ogni stagione dell’anno è caratterizzata da un diverso tipo di pioggia o dalla siccità, e i beduini credono che ogni pioggia sia influenzata da una particolare stella. Nel Nord dell’Arabia, presso alcune tribù, c’è addirittura una quinta stagione che è chiamata as-smāk. Della durata di 50 notti, che vanno dalla metà di febbraio alla metà di aprile, as-smāk prende il nome dalla stella Arturo e le sue piogge sono chiamate maṭar as-smāk.

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Riferimenti:
  • Carey Moya, «Al-Sufi and son: Ibn al-Sufi’s poem on the stars and its prose parent», Muqarnas, 26, 2009, p. 181-204
  • Ibn Khallikhan, Biographical Dictionary
  • MacDonald, M. C. A. “The Seasons and Transhumance in the Safaitic Inscriptions.” Journal of the Royal Asiatic Society, vol. 2, no. 1, 1992, pp. 1–11. JSTOR, www.jstor.org/stable/25182444. Accessed 24 Mar. 2021.
  • MANDAVILLE, JAMES P. Bedouin Ethnobotany: Plant Concepts and Uses in a Desert Pastoral World. University of Arizona Press, 2011.
  • https://www.astronomyclub.xyz/alpha-centauri/the-names-and-lore-of-spica.html
  • http://onesky.arizona.edu/about-two-deserts-one-sky/
  • https://sites.google.com/site/urjuzatalkawakib/Bootes
  • www.wikipedia.it
  • Ibn Khallikhan, Kitāb Wafayāt Al-aʿyān (Biographical Dictionary), Vol. i, 1843, Paris
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