Il tempo dentro ai wormhole potrebbe scorrere in due direzioni speculari: forse, tutto ciò in cui credevamo era sbagliato.
Quello che sappiamo sui wormhole potrebbe non essere esatto: i ponti di Einstein-Rosen, questo il loro nome completo, sono sempre stati dipinti come dei “passaggi”, dei collegamenti diretti tra un punto e l’altro dell’universo, una sorta di scorciatoia cosmica dall’aria fantascientifica che connette due punti con un percorso più breve, riuscendo a curvare lo spazio-tempo. Ora, gli studiosi stanno esplorando una pista completamente nuova, che ha a che fare con la meccanica quantistica: forse, lo scopo dei wormhole non è quello di unire due punti, ma quello di connettere due linee del tempo.
Cos’è un wormhole
Un wormhole è una struttura ipotetica che, a livello teorico, riesce a curvare talmente tanto lo spazio-tempo da “avvicinare” tra loro due punti lontani, diminuendo notevolmente i tempi di percorrenza. Questa logica è stata ampiamente utilizzata nella fantascienza letteraria e cinematografica, un espediente perfetto per arrivare in luoghi del cosmo altrimenti irraggiungibili con i limiti delle tecnologie umane. La teoria dei ponti di Einstein-Rosen parlava già, in realtà, di strutture instabili, modelli matematici non verificabili materialmente: se anche potessimo trovarne uno, in teoria il wormhole non sarebbe attraversabile. Infatti, un tunnel del genere si restringerebbe al passaggio della materia, fino a collassare. Ma una nuova indagine ribalta, in parte, questa interpretazione: i wormhole sarebbero in grado di coniugare al loro interno il nostro tempo ed uno perfettamente speculare ad esso.

Due frecce del tempo
I nuovi studi partono da un presupposto: le leggi della fisica sono “simmetriche“. Se le applichiamo in un contesto e poi invertiamo la direzione nello spazio o, addirittura, la direzione nel tempo, quelle leggi non cambiano. È a partire da questo presupposto che gli studiosi Enrique Gaztañaga, K Sravan Kumar e João Marto hanno proposto una visione completamente nuova dei ponti di Einstein-Rosen. Pensiamo per un attimo all’universo, concentrandoci su come la realtà è strutturata a livello microscopico: dobbiamo scavare nei complessi meandri della meccanica quantistica. Gli stati quantistici sono formati da più componenti. Se applichiamo questo concetto a un wormhole, possiamo pensare che le componenti sovrapposte siano due; ed è qui che arriva il bello: una delle due ha un tempo che scorre in avanti. Ma per l’altra, il tempo scorre all’indietro. Sostanzialmente, nei wormhole potrebbero coesistere due tempi, l’uno l’opposto dell’altro, sovrapposti in un’unica entità.

Risolto il paradosso dell’informazione?
Sta qui la chiave della rivoluzione: le teorie hanno sempre spiegato che nei buchi neri (teoricamente, le “porte d’ingresso” verso i wormhole), superato l’orizzonte degli eventi, tutto ciò che è entrato finisce per essere perso per sempre. Non sappiamo dove vada, né come scompaia. La risposta a questo dilemma potrebbe essere proprio in questi nuovi studi: forse, ciò che entra nei buchi neri non supera un orizzonte irreversibile, un “punto di non ritorno”. Forse tutto ciò che finisce nei buchi neri continua a esistere, ma con un tempo che è speculare rispetto al nostro. In questo modo, avremmo risolto il più grande paradosso dei buchi neri: non sarebbe vero che l’informazione scompare. Essa si conserva, evolve, ma in un tempo diverso.

La spiegazione microscopica
Quello che risulta non è così assurdo, incomprensibile o fantascientifico: nel mondo microscopico, e quindi quantistico, le regole del gioco sono molto diverse da quelle che vediamo ogni giorno; controintuitive, apparentemente prive di logica. Pensiamo solo al fatto che uno stato di un sistema è ordinariamente composto da una sovrapposizione delle possibili “configurazioni” che esso può assumere, tutte contemporaneamente. Non è così assurdo da credere, quindi, che due di queste configurazioni, tutte diverse tra loro, possano essere diverse anche nel tempo: uno ha una freccia positiva, e l’altro negativa. In fondo, in fisica solitamente non si ha una “direzione” privilegiata: siamo noi, nel mondo macroscopico, a percepire il tempo scorrere in questo modo, per via dell’aumento del disordine dovuto al secondo principio della termodinamica. Ma per le particelle microscopiche, tutto è estremamente diverso: dobbiamo smettere di assumere il tempo come parametro, e considerarlo come un’entità che può avere versi differenti.

Viviamo in un buco nero?
Questo modello si può applicare in ambiti ancor più complessi della cosmologia, arrivando ad indagare l’universo primordiale: forse, l’universo stesso in cui viviamo è il risultato di una di queste inversioni. In sostanza, l’intero universo sarebbe nato all’interno di un buco nero. Già alcune teorie, in passato, avevano vagliato questa ipotesi. E la materia oscura, quella che non possiamo vedere pur misurandone gli effetti gravitazionali, sarebbe secondo questa interpretazione un “residuo” di una fase precedente all’inversione del tempo. Tutto questo, parlandoci di buchi neri e di stati quantistici, sembra avvicinare le due teorie che governano le leggi dell’universo, notoriamente inconciliabili: la relatività e la meccanica quantistica. Se fosse davvero un punto d’incontro, potremmo essere sulla strada verso la risoluzione di alcuni tra i maggiori problemi aperti nella fisica, nella comprensione a livello fondamentale dell’intera struttura del nostro universo.

Fonti:
- https://www.sciencedaily.com/releases/2026/05/260522023129.htm
- A new understanding of Einstein–Rosen bridges – IOPscience (DOI: 10.1088/1361-6382/ae3044)
