I dati Copernicus confermano: siamo oltre la soglia climatica da tre anni (la temperatura media globale ha superato la soglia di 1,5°C). Ma non è solo politica: è il risultato dell’inerzia termica degli oceani e di un Artico che ha ormai smesso di fare da “freezer”
Per tre anni consecutivi la temperatura media globale ha superato la soglia di 1,5°C rispetto all’era preindustriale. Il rapporto 2025 di ECMWF e Copernicus certifica che, dopo il picco di +1,6°C del 2024, anche il 2025 ha chiuso a +1,47°C.
Ma perché sta succedendo proprio adesso? La risposta non sta (solo) in ciò che dice o fa la politica, ma nella termodinamica degli oceani. Il pianeta Terra ha accumulato per decenni calore nelle sue acque profonde e ora, complici eventi come El Niño, sta rilasciando questa energia in atmosfera. L’inerzia climatica ha ormai presentato il conto: la CO₂ emessa vent’anni fa sta agendo oggi, e il calore immagazzinato non svanisce nel nulla.
Non un traguardo, ma un campo minato
Spesso pensiamo al limite di 1,5°C come ad un interruttore che una volta scattato, spegne il nostro futuro, cambiando improvvisamente tutto (come spesso viene detto, per fare clickbait sui giornali). In realtà non funziona così. Per capire al meglio questo concetto, assieme al perchè stiamo affermando ciò, faremo un esempio, semplice quanto esaustivo.
Immaginate adesso, di camminare su una collina dolce che, piano piano, diventa sempre più ripida. Passare quel limite non significa cadere in un burrone, ma “meglio”, entrare in una zona in cui ogni passo diventa più faticoso e rischioso. Sì fa una fatica enorme sì, ma non siete ancora caduti in quel burrone.
Il clima reagisce in modo molto simile: non è che un decimo di grado in più faccia solo un piccolo danno in più. Spesso infatti, quel poco in più può innescare meccanismi che accelerano il cambiamento, come una reazione a catena troppo difficile da fermare. Questi sono i cosiddetti “tipping points”, ovvero punti di non ritorno che rendono la situazione più difficile da controllare, anche agendo subito. Sì, il riferimento a quanto sta accadendo oggi è implicito.

Perché l’Artico caldo “blocca” l’Europa?
Il dato più allarmante che abbiamo riguarda i Poli: nel 2025 l’Antartide ha stabilito il record di calore e l’Artico è… al secondo posto. Ma cosa c’entra questo con le piogge in Lombardia o la siccità in Sicilia? C’entra eccome. La differenza di temperatura tra l’Equatore (che è caldo) e il Polo (che è freddo) è il motore che fa girare la Corrente a Getto, ovvero il “nastro” che sposta le perturbazioni a media latitudine.
Se l’Artico si scalda troppo (come sta accadendo), la differenza termica diminuisce. Risultato? Il motore rallenta. La Corrente a Getto diventa “pigra” e le configurazioni del meteo si “incastrano”: dove piove, piove per settimane, mentre dove c’è l’anticiclone, questo dura per mesi (la sempre presente siccità al Sud).
La situazione in Italia
L’Italia è diventata, purtroppo, un vero e proprio laboratorio climatico, dove il Mediterraneo si comporta come una batteria costantemente carica di calore. Al Nord, quando arriva l’aria fresca dall’Atlantico, si scontra con un mare insolitamente caldo che rilascia enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera. Questo vapore alimenta temporali violenti e improvvisi, che si traducono in alluvioni lampo come quelle che hanno colpito Milano e Genova.
Al Sud, invece, la storia, come precedentemente accennato, è ben diversa. Le stesse condizioni atmosferiche creano delle “cupole” di alta pressione che si fermano sopra Sicilia e Sardegna, bloccando le perturbazioni e lasciando queste regioni senza pioggia.
Quando la natura colpisce un sistema impreparato
Nel 2025, i danni provocati dagli eventi estremi hanno raggiunto i 107 miliardi di dollari, con incendi devastanti come quelli di Los Angeles e uragani potentissimi come Melissa che ha portato venti a quasi 300 km orari. Ma non si tratta solo di una natura più violenta, perchè il vero problema è che stiamo pagando un conto in un mondo costruito per un clima che ormai non esiste più.
Le nostre città, le infrastrutture elettriche e i sistemi di drenaggio, come spesso accade, sono stati progettati sulle statistiche del secolo scorso, quando eventi estremi erano rari e meno intensi. Siamo però rimasti fermi a quello, senza alcun aggiornamento. Ora, quando un fenomeno centanario colpisce territori densamente abitati e impreparati, il danno si moltiplica.
In questo scenario, mentre la politica continua a dividersi, con gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi per la seconda volta, e sempre più staccati da ONU e organizzazioni internazionali, il disastro del clima procede, ormai implacabile.
Come sottolinea Carlo Buontempo di Copernicus, monitorare questi dati non è più un gesto simbolico per “salvare il pianeta” in senso astratto, ma un modo concreto per comprendere il nuovo mondo in cui ci troviamo. Bisognerebbe che i potenti che governano il mondo, spesso in modo incosciente (e anche i negazionisti), capiscano che adattarsi non è una resa, ma la scelta intelligente per affrontare un clima che potrebbe non tornare più quello di prima.
Appello al presente per conservare il futuro
Cosa racconteremmo in quel caso ai nostri nipoti? Che abbiamo visto il clima cambiare davanti ai nostri occhi, ma abbiamo preferito ignorarlo? Che abbiamo lasciato che la natura pagasse il prezzo più alto, mentre noi continuavamo a litigare tra di noi per soldi e risorse? O racconteremmo di orsi polari che prima di estinguersi, nuotavano tra i ghiacci scomparsi, simboli di un pianeta, di cui siamo ospiti, non capi, che abbiamo ormai tradito? L’appello è sempre lo stesso: serve darsi una mossa, prima che sia troppo tardi, il pianeta non finirà a causa del cambiamento climatico, noi e gli animali che lo abitano, sì.
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