Un’introduzione all’influenza degli arabi nell’astronomia occidentale

Nadir, zenit, azimut: sono solo alcuni dei termini che utilizziamo in astronomia e che hanno origine nella lingua araba. Se consideriamo le stelle, infatti, è possibile notare che la maggior parte dei loro nomi proviene da questa lingua. Il motivo di ciò — per chi non lo sapesse già — risiede nel fatto che dobbiamo alla scienza arabo-islamica una grande fetta del nostro sapere in materia astronomica.

Innanzitutto facciamo una doverosa precisazione: parliamo di arabi perché la lingua utilizzata dalla civiltà islamica è la lingua araba, ma in realtà con questo termine ci riferiamo anche ai numerosissimi “stranieri” (ad esempio persiani, ebrei, turchi) che vivevano nei territori interessati e che vennero arabizzati. I secoli d’oro di questa nuova civiltà nata sotto l’impulso della rivelazione coranica (sec. VIII-XV ca.) furono caratterizzati da un enorme fervore culturale dovuto ad una fortunata armonia tra fede e speculazione filosofica, che condusse gli arabi ad interessarsi alle opere dell’antichità nel tentativo di riunire tutta la conoscenza del mondo. Sotto il governo dei califfi abbasidi partivano, infatti, vere e proprie spedizioni di cercatori alla ricerca di manoscritti antichi. Tutti i testi raccolti venivano poi sottoposti ad un incessante lavoro di traduzione, e fu così che molte di queste opere, giunte a noi per mezzo di successive traduzioni in latino, ebraico e turco, poterono salvarsi dall’oblio.

Studiosi in una biblioteca abbaside, illustrazione di Yahya al-Wasiti in una copia delle Maqamat di al-Hariri. Fonte: Wikipedia – Zereshk https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8422965p/f20

La nascita della scienza astronomica islamica

Tra i principali testi sullo studio degli astri che gli arabi tradussero troviamo il Surya Siddhanta, trattato di astronomia indiana in sanscrito (siddhānta significa appunto “sistema” o “trattato”), lo Zij-i Shah (Le tavole dei Re), il più importante trattato astronomico della Persia preislamica e l’Almagesto di Claudio Tolomeo. La raccolta e la preservazione di questo sapere, unite alla curiosità e ad esigenze di natura religiosa, portarono alla nascita di una vera e propria scienza astronomica islamica علم الفلك الإسلامي (‘ilm al-falak al-islāmī – “falak” significa sfera, volta celeste, astro), grazie alla quale le conoscenze umane in questo campo progredirono sia dal punto di vista metodologico che tecnologico. Gli astronomi musulmani dedicarono i loro studi alla natura dei corpi celesti, al movimento, alla distanza e alle dimensioni dei pianeti, operando attraverso modelli matematici elaborati in proposito e con l’ausilio di strumenti per l’osservazione che inventarono o perfezionarono. L’esigenza di sviluppare al meglio la “scienza della volta celeste” diede, inoltre, grande impulso alla costruzione degli osservatori, che nel mondo islamico presero a configurarsi come le istituzioni scientifiche che conosciamo oggi. Le intuizioni degli astronomi arabi avranno un’eco notevole nelle teorie dei maggiori scienziati occidentali del Rinascimento. Nei prossimi articoli ci occuperemo proprio di alcuni di loro, ma per ora vi lasciamo in compagnia di questi versi del califfo al-Ma’mun:

Insonne guardo i cieli ruotare,
sospinti dal moto delle sfere; 
gli astri (io non so come) rivelano 
fortuna e sventura degli anni a venire. 
Se potessi librarmi fino al firmamento 
e unirmi al moto dei cieli verso occidente, 
apprenderei, attraversando la volta, 
il destino di ogni cosa che è quaggiù.

Fonti:
  • Beas Portillo Carlos, Las matemáticas y la astronomía en el mundo musulmán según el catálogo de Muhammad lbn Ishak an-Nadîm, Pontificia Universidad Católica del Perú, ARETÉ revista de filosofía Vol. VIII. N2 1, 1996.
  • https://it.wikipedia.org
  • Moller Violet, La mappa dei libri perduti: Come la conoscenza antica è stata perduta e ritrovata: una storia in sette città, Mondadori, 2019.
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