Cerchiamo sempre pianeti “vivi”, ma l’universo potrebbe essere pieno di “morti”. Come gli astronomi trovano pianeti che orbitano attorno a stelle morte o ai resti di mondi fatti a pezzi.

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Quando si parla di esopianeti, immaginiamo mondi pieni di oceani e cieli azzurri, simili alla Terra. Ma c’è un’altra categoria, più inquietante e affascinante: i pianeti zombie. Così gli astronomi chiamano i mondi che orbitano attorno a stelle morte, sopravvissuti o rinati dopo la distruzione del loro sistema.

Cosa sono i pianeti zombie?

Un pianeta zombie è un corpo celeste che continua a orbitare intorno ai resti di una stella ormai spenta, come una nana bianca o una pulsar. Questi mondi esistono in un equilibrio estremo, sopravvissuti a esplosioni catastrofiche o formatisi dalle ceneri di ciò che è rimasto. Sono testimoni diretti di un cosmo in cui anche la morte non è mai definitiva.

I primi pianeti scoperti erano morti

I primi pianeti extrasolari confermati nella storia non orbitavano una stella viva. Nel 1992, Aleksander Wolszczan e Dale Frail scoprirono tre pianeti attorno a PSR B1257+12, una pulsar: il cadavere ultra-denso di una stella esplosa in supernova.Quella scoperta cambiò per sempre la ricerca planetaria. Nessuno si aspettava che mondi potessero sopravvivere a un’esplosione tanto violenta. Da allora, gli scienziati hanno proposto due ipotesi: alcuni pianeti potrebbero essere sopravvissuti alla supernova, mentre altri potrebbero essersi formati dopo, dai detriti del sistema distrutto

Rappresentazione artistica dei pianeti del sistema PSR B1257+12 confrontati con le dimensioni della Terra (Wikipedia)

Pianeti che sopravvivono alla morte della stella

Un caso ancora più recente e sorprendente è WD 1856+534 b, scoperto dalla NASA nel 2020. È un pianeta grande come Giove che orbita una nana bianca, residuo di una stella simile al Sole. La sua orbita è insolitamente vicina: un anno su quel mondo dura appena 1,4 giorni terrestri.

Secondo i ricercatori, è quasi impossibile che un pianeta così grande sia sopravvissuto senza essere distrutto. Eppure è lì, intatto, come un “non morto” del cosmo. Questo caso dimostra che i sistemi planetari possono resistere a eventi che dovrebbero annientarli completamente.

WD 1856+534 b is a gas giant exoplanet that orbits a K-type star. Its mass is 13.8 Jupiters, it takes 1.4 days to complete one orbit of its star, and is 0.0204 AU from its star. Its discovery was announced in 2020. (NASA)

Le stelle che “mangiano” i loro pianeti

Le nane bianche, ciò che resta di stelle simili al nostro Sole, dovrebbero avere atmosfere pulite e prive di elementi pesanti. Ma molte di esse mostrano tracce di calcio, ferro e magnesio. Gli astronomi chiamano questo fenomeno “white dwarf pollution”.

L’unica spiegazione coerente è che questi materiali provengano da pianeti o asteroidi distrutti, le cui macerie cadono lentamente sulla stella. È come se le stelle morte “divorassero” i resti dei loro mondi, rivelando indirettamente la composizione dei pianeti perduti.

Perché studiare la morte dei pianeti

La Necroplanetologia non è solo curiosità macabra. Studiare i sistemi distrutti ci aiuta a capire il futuro del nostro stesso Sole. Tra circa cinque miliardi di anni, anche lui diventerà una nana bianca. Sapere se la Terra potrà sopravvivere, o se verrà inghiottita, significa conoscere il nostro destino cosmico.

Questi mondi ci insegnano che nell’universo la fine non è mai davvero la fine. Ogni morte stellare lascia dietro di sé materia, orbite e tracce di vita passata che continuano a parlare. In un certo senso, la nostra stessa Terra è nata da polveri di stelle morte: siamo tutti, da un punto di vista cosmico, figli di mondi zombie.


Fonti:

  1. Wolszczan, A., & Frail, D. A. (1992). A planetary system around the millisecond pulsar PSR 1257+12. Nature.
  2. Vanderburg, A. et al. (2020). A giant planet candidate transiting a white dwarf. Nature.