L’interpretazione di Copenaghen dice che la realtà non esiste finché non la guardi. Hugh Everett rispose che esistono tutti i possibili esiti, ognuno nel suo universo. Scopriamo la teoria del multiverso

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Nel 1935 Erwin Schrödinger immaginò un gatto chiuso in una scatola con un meccanismo letale azionato da un atomo radioattivo. Secondo la meccanica quantistica, finché la scatola resta chiusa l’animale è simultaneamente vivo e morto. L’interpretazione di Copenaghen, guidata da Niels Bohr, risolse la cosa a modo suo: la realtà non esiste finché non viene osservata, e l’osservazione fa collassare la funzione d’onda in un solo esito. A Schrödinger la soluzione non piacque, ma il problema restò aperto. Ci mise le mani Hugh Everett III, un giovane studente di Princeton che nel 1957 propose una risposta molto diversa. Parliamo ora del multiverso

L’universo che si divide a ogni scelta

Everett scrisse una tesi di dottorato che i fisici dell’epoca ignorarono. La sua idea era che la funzione d’onda non collassa mai. Ogni volta che un sistema quantistico interagisce con l’ambiente, l’universo si divide in rami paralleli che contengono tutti i possibili esiti.

Se apri la scatola e trovi il gatto morto, in un altro universo il gatto è vivo. Non c’è un osservatore privilegiato, come non c’è una realtà più reale delle altre. Everett abbandonò la fisica per l’analisi militare e morì dimenticato, ma la sua interpretazione dei molti mondi è oggi una delle più rispettate.

La teoria del multiverso spiegata bene (e perché ti riguarda)
Il paradosso del Gatto di Schrödinger.

I multiversi della cosmologia e il paesaggio delle stringhe

Dalla meccanica quantistica l’idea del multiverso migrò alla cosmologia. La teoria dell’inflazione eterna, sviluppata da Andrei Linde, prevede che la nostra regione di spazio in espansione sia solo una bolla all’interno di un oceano infinito di bolle, ciascuna con leggi fisiche leggermente diverse. Leonard Susskind aggiunse il “paesaggio” della teoria delle stringhe: un numero astronomico di possibili universi, quasi tutti invivibili, ma qualcuno perfettamente ospitale.

Non siamo il centro del cosmo, e nemmeno l’unico esperimento. Siamo solo un prodotto statistico, il risultato di una probabilità davvero alta. Se il multiverso esiste, non c’è stato bisogno di mettere a punto nulla. Le leggi che ci hanno resi possibili sono semplicemente le uniche in grado di farlo, e in un’arena infinitamente vasta era solo questione di tempo prima che arrivassimo.

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