È strano, a pensarci: abbiamo guardato la stessa Luna per millenni, eppure una sua fotografia di più di 150 anni fa può farci un certo effetto. All’epoca nessuno se ne era ancora reso conto, ma la fotografia avrebbe unito per sempre l’arte e la scienza, e continua a farlo tuttora.
Quando guardiamo una vecchia fotografia, magari di quelle in bianco e nero, non ci rendiamo sempre conto di quanto quell’invenzione, il poter fissare la luce sulla carta, abbia sconvolto non soltanto le nostre vite, ma anche il nostro modo di fare arte, scienza, ricerca. La fotografia nacque nel diciannovesimo secolo e cambiò il modo di viaggiare, di dipingere, di fare medicina, perfino. Fu una rivoluzione tecnica e poi artistica, e non ci soffermiamo abbastanza spesso a riflettere su quanto essa abbia modificato la tecnologia e il modo stesso di vivere. Un legame particolare e indissolubile lo ebbe però, quasi da subito, con l’astronomia. Una scienza come l’astronomia non si poteva toccare con mano e la fotografia offriva per la prima volta un modo per afferrarla, per fermare i corpi celesti imprimendoli con precisione su un supporto. In un connubio straordinario che unisce ancora oggi in tanti modi arte e scienza, la fotografia è la prova di quanto queste due discipline siano state necessarie l’una all’altra, per evolvere.
I dagherrotipi, le prime fotografie
Le prime fotografie della storia, i dagherrotipi, non erano su carta: richiedevano complesse procedure e, soprattutto, lunghe esposizioni per poter fissare con un procedimento chimico le immagini non su un supporto cartaceo, ma su lastre di metallo. I lunghi tempi di esposizione rendevano chiaramente difficili i processi, e alcuni soggetti non si prestavano particolarmente a farsi immortalare. Tra questi c’erano, ovviamente, i corpi celesti: essi andavano inseguiti con i telescopi, mantenendo una gran precisione in lunghi tempi di attesa.
La prima immagine della Luna
Fu perfezionando queste procedure che, già nel 1840, il medico e chimico John William Darper realizzò il primo dagherrotipo della Luna, uno scatto su lastra di metallo che ha immortalato, per la prima volta nella storia, il nostro satellite in maniera permanente, lontano dagli occhi dei suoi osservatori. L’ha lasciata lì, fissa: ogni essere umano poteva ora guardarla anche di giorno, o quando il cielo era nuvoloso. Era la prima volta che la Luna si “staccava” dal cielo: da quel giorno, non abbiamo più avuto bisogno di una finestra sul cielo, per ammirarla.

La prima fotografia di un’eclissi
L’immagine più emozionante arriva però nel 1851, quando il dagherrotipista Berkowski riuscì a immortalare niente meno che un’eclissi totale di sole. Questo non rappresenta soltanto il primo tentativo riuscito di fissare per sempre nella memoria un evento così unico e raro come la totalità di un’eclissi: è un vero e proprio contributo scientifico. Le prime fotografie delle eclissi contribuirono infatti ad ampliare le conoscenze sul Sole, permettendo di studiarne e comprenderne comportamenti e fenomeni fino ad allora quasi sconosciuti, come la presenza dei flare, le esplosioni solari superficiali ben visibili nel corso di un’eclissi.

Il transito di Venere
È qui, tuttavia, che due mondi iniziano a scontrarsi; se con l’eclissi la fotografia “si presta alla scienza”, diventando un mezzo per fare astronomia, c’è un altro evento astronomico che diventa, al contrario, un’occasione per far evolvere la fotografia, per migliorarne notevolmente gli strumenti e le tecniche: il transito di Venere. Nel 1874 il pianeta Venere sarebbe passato esattamente davanti al Sole, una sorta di “micro eclissi” che si verifica nel cielo a cicli regolari. L’idea era semplice, la sua realizzazione un po’ meno: bisognava registrare il passaggio del pianeta davanti al Sole, documentandone il tragitto punto per punto. E come riuscirci, allora, se la fotografia era ancora così complessa, richiedendo tempi di posa apparentemente infiniti?

La cronofotografia
La risposta arrivò dall’invenzione di uno strumento rivoluzionario: il revolver fotografico. L’astronomo francese Janssen ideò un marchingegno che utilizzava dei dischi forati per fotografare rapidamente un oggetto in sequenza, restituendo quasi delle istantanee, delle “diapositive” che scomponevano i suoi movimenti. Invenzioni di questo tipo aprirono la strada alla cosiddetta cronofotografia, che diventò un utilissimo strumento per lo studio del movimento animale e per applicazioni di tanti tipi, perfino mediche e sportive. La cronofotografia, nata anche grazie al transito di Venere, è alla base di quelli che oggi sono diventati i cartoni animati e il cinema in generale.
Mostrare ciò che non si vede
Con la fotografia, per la prima volta nella storia, diventa chiaro che catturare la luce può significare mostrare quello che l’occhio umano, da solo, non riesce a vedere. Le lunghe esposizioni permisero, già dal 1880, di catturare nebulose, oggetti del cielo profondo e stelle troppo deboli per essere osservate a occhio nudo. Dopo tentativi più o meno riusciti, l’invenzione della fotografia inizia quasi da subito a mostrarsi non solo come finestra sul mondo conosciuto, ma come specchio dell’invisibile.

Se non fosse stato per la dagherrotipia, oggi non avremmo modo di osservare le immagini estremamente affascinanti alle quali siamo abituati, che ci mostrano con chiarezza nebulose, galassie, la Via Lattea stessa nei nostri cieli. Come evoluzione della fotografia, oggi abbiamo telescopi immensi, che viaggiano nello spazio alla ricerca di bellezze di ogni genere da fotografare, e non solo nello spettro del visibile. La tecnologia cambia; la meraviglia, invece, quella resta.

Per saperne di più:
- https://www.treccani.it/vocabolario/dagherrotipia/
- https://en.wikipedia.org/wiki/Astrophotography
- https://en.wikipedia.org/wiki/Janssen_revolver
- Crediti immagine di copertina: Berkowski; NASA/GRC/Jordan Salkin
