Il nome di Leopardi, poeta dell’infinito e del pessimismo, non viene associato quanto meriterebbe all’astronomia.

Non si presta molta attenzione alla sua produzione scientifica, sebbene abbia scritto molti testi inerenti all’universo e alle sue costellazioni. Appena quindicenne, infatti, nel 1813, scrisse “Storia dell’astronomia”, un vero e proprio trattato scientifico che raccontava la storia dell’universo dalle origini fino al suo tempo, una sorta di compendio delle conoscenze sull’argomento fino a quel momento.

Leopardi passava intere serate a contemplare le stelle e il cielo di Recanati e così iniziò a scrivere su di essi. Oltre alle stelle ad animare la curiosità di Leopardi c’era la Luna, la sua cara amica, verso la quale il poeta provava sentimenti diversi e contrastanti. Secondo gli studiosi, l’interesse di Leopardi per la scienza nacque in seguito a due eventi che incisero sulla sua percezione dei fenomeni astronomici: in primis l’eclissi del 1804 che coprì il cielo di Recanati e qualche anno dopo l’osservazione di una cometa. 

 Allora dobbiamo considerare Leopardi uno scienziato?

Chiaramente non nel senso moderno del termine. Il poeta era sensibile al tema, era informato e partecipò ai dibattiti più importanti della sua epoca. Ebbe con la scienza inizialmente un rapporto di amore, che diminuì col tempo quando si rese conto di non aver ricevuto le gioie agognate. Possiamo pensare, quindi, che l’astronomia sia stata vista da Leopardi come una possibilità di fuga, non solo da Recanati, non solo dalle Marche o dall’Italia. Leopardi voleva “raggiungere” le stelle e la Luna e l’unico modo per farlo era scrivere su di esse.

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