La meccanica quantistica insegna che una particella è solo una probabilità finché non viene misurata. I fisici John von Neumann ed Eugene Wigner hanno spinto questa idea al limite, spiegando che per loro, senza una mente cosciente alla fine della catena che faccia collassare la realtà, il mondo tangibile si rifiuterebbe di prendere forma.
Nella meccanica quantistica una particella esiste in una sovrapposizione di stati. Non ha una posizione precisa fino a quando qualcuno la misura. A quel punto la nuvola di probabilità collassa in un punto definito. Il problema è capire cosa conta come una misurazione. Basta uno strumento automatico? O serve un essere cosciente?
La catena di von Neumann
John von Neumann, il matematico che inventò l’architettura dei computer moderni (e tra coloro che lavorò alla prima bomba atomica), analizzò questo problema nel 1932 e si rese conto di un paradosso logico. Se una macchina osserva una particella, quella macchina è a sua volta fatta di atomi indefiniti. Quindi chi o cosa “osserva” la macchina per renderla reale? Servirebbe un secondo strumento per misurare il primo, e poi un terzo, in una sequenza infinita. Per von Neumann c’era un solo modo per fermare questo ciclo assurdo e dare forma al mondo materiale, e cioè l’intervento finale di una mente cosciente.

L’amico di Wigner
Eugene Wigner, premio Nobel e allievo di von Neumann, rese l’argomento ancora più complesso. Immaginò un suo amico chiuso all’interno di un laboratorio buio mentre misura una particella. Finché la porta resta chiusa, secondo le regole quantistiche l’intero laboratorio e l’amico stesso non hanno una forma definitiva. Solo quando qualcuno da fuori apre la porta e guarda dentro, la realtà si solidifica di colpo.
Oggi molti fisici cercano di evitare questo paradosso con altre teorie parallele per non dover tirare in ballo la coscienza umana (tutt’ora uno dei più grandi misteri della scienza) eppure, nessuno è mai riuscito a dimostrare che Wigner e von Neumann avessero torto.
Chi ha il diritto di guardare?
Se questa interpretazione fosse vera, porterebbe a tantissime nuove domande. Qual è il livello minimo di intelligenza necessario per costringere l’universo a manifestarsi? Un gatto che fissa un esperimento basta a far materializzare la realtà o serve per forza un cervello umano? E cosa succederebbe se a guardare fosse un’intelligenza artificiale molto avanzata?
John Archibald Wheeler, un altro gigante della fisica, spinse l’idea ancora più in là (come se non bastasse), proponendo l’esistenza di un “universo partecipatorio“. In quest’ottica le nostre osservazioni creano attivamente la realtà, portando ad essere noi quelli che tengono in vita l’universo, semplicemente tenendo gli occhi aperti.
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