Stiamo cercando segnali radio come se l’universo fosse fermo agli anni Ottanta. Una civiltà abbastanza avanzata avrà già delegato l’esplorazione alla propria intelligenza artificiale. Il primo vero contatto potrebbe avvenire tra macchine
Il SETI, il programma di ricerca di intelligenza extraterrestre, nasce nel 1960 con il progetto Ozma di Frank Drake, che puntò un radiotelescopio verso due stelle vicine in cerca di segnali artificiali nelle frequenze radio. 66 anni dopo il metodo di base è lo stesso: cercare trasmissioni elettromagnetiche che mostrino caratteristiche non riconducibili a fenomeni naturali. Il presupposto è però che una civiltà extraterrestre stia ancora usando segnali radio, esplorando direttamente con esseri biologici, e cercando di comunicare in modi che noi riusciamo a riconoscere. Ad ogni modo, tutti e tre i presupposti potrebbero comunque essere sbagliati (vediamo cosa c’entra l’intelligenza artificiale).
Una civiltà che abbia sviluppato l’intelligenza artificiale prima di raggiungere la capacità di trasmissione interstellare (cosa che sembra inevitabile dati i tempi che separano le due soglie tecnologiche), non avrebbe nessun motivo di mandare organismi biologici a esplorare distanze che richiedono decine di anni luce. Manderebbe sistemi autonomi capaci di sopravvivere al viaggio, questo per raccogliere dati e comunicare. L’esplorazione biologica dello spazio profondo è complicata, quindi per qualsiasi civiltà che abbia già risolto il problema dell’IA generale, la cosiddetta AGI, delegare l’esplorazione è la scelta più ovvia.

Quello che non sapremmo riconoscere
Il problema è che un segnale prodotto da un sistema di intelligenza artificiale avanzato potrebbe non somigliare a nulla che il SETI sia attrezzato a identificare. Le frequenze radio da 1 a 10 gigahertz, la cosiddetta finestra delle microonde che Drake e i suoi successori hanno privilegiato, sono una scelta basata sulla fisica della propagazione nell’atmosfera terrestre e sul rumore cosmico di fondo. Una civiltà sufficientemente avanzata potrebbe usare canali completamente diversi, o addirittura metodi che ancora non conosciamo neanche.
Lo scambio tra due sistemi di intelligenza artificiale potrebbe avvenire in formati così ottimizzati e diversi da ciò che conosciamo, che dall’esterno sembrerebbero rumore casuale. Stiamo ascoltando l’universo nel modo per noi più comprensibile, ma il primo contatto potrebbe già essere avvenuto (o potrebbe avvenire in futuro) in una forma che non abbiamo ancora imparato a leggere.
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