Il 1° settembre 1939 la rivista Physical Review pubblicò un articolo di Robert Oppenheimer e Hartland Snyder: per la prima volta qualcuno descriveva il collasso gravitazionale infinito di una stella, la nascita teorica di un buco nero. Lo stesso giorno Hitler invase la Polonia e la Seconda Guerra Mondiale cancellò la scoperta. Oppenheimer andò a Los Alamos, e il mondo imparò a chiamarlo “padre della bomba atomica”.

Nel 1939 Robert Oppenheimer non era ancora il distruttore di mondi. Era un fisico teorico all’Università di Berkeley che studiava il destino delle stelle morenti. Insieme al suo studente Hartland Snyder pubblicò un articolo di cinque pagine intitolato “On Continued Gravitational Contraction”. La conclusione (spaventosa) era che quando una stella massiccia esaurisce il carburante, nulla può fermare il suo collasso. La materia si comprime all’infinito, la luce non riesce più a uscire e lo spazio-tempo si strappa. Quella era la prima descrizione teorica di un buco nero.

Oppenheimer, i buchi neri e il giorno in cui il mondo smise di ascoltare
Robert Oppenheimer. Crediti: National Geographic.

La data che cambiò tutto

La data di pubblicazione era il 1° settembre 1939. Lo stesso giorno le truppe di Hitler varcarono il confine polacco. Lo stesso numero della rivista conteneva anche l’articolo di Niels Bohr e John Wheeler sulla fissione nucleare, quello che avrebbe reso possibile la bomba atomica. Oppenheimer abbandonò l’astrofisica, andò a Los Alamos e costruì il più grande strumento di morte mai concepito. La sua scoperta cosmologica finì dimenticata per decenni.

Il mostro dimenticato

Negli anni Sessanta John Wheeler riprese quel lavoro, coniò il termine “buco nero” e lo rese popolare. Oppenheimer non mostrò mai interesse e non parlò mai più di quella scoperta. L’uomo che aveva previsto la fine dello spazio-tempo preferì essere ricordato per la fine del mondo. Il 1° settembre 1939 la fisica teorica aveva partorito due mostri: uno nello spazio, uno sulla Terra. La storia ha scelto quale raccontare.

Per saperne di più:

“On Continued Gravitational Contraction”, J. Robert Oppenheimer e Hartland Snyder.

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