L’ipotesi di sostituire l’ICPS dello SLS con il Centaur V racconta un possibile cambio di filosofia: meno eccezione, più approccio industriale per Artemis.
Negli ultimi giorni, tra le pieghe della revisione del programma Artemis program, si è fatto strada un dibattito che non nasce da comunicati ufficiali ma da analisi, interpretazioni e — come sempre più spesso accade — da discussioni su X. Al centro c’è un’ipotesi rilanciata dal divulgatore e analista spaziale Scott Manley: la possibile sostituzione dell’attuale stadio criogenico ICPS dello Space Launch System (SLS) con un più collaudato Centaur V.

Non si tratta di una decisione presa né annunciata dalla NASA. Ma il fatto stesso che questa ipotesi appare credibile racconta molto del momento che il programma Artemis sta attraversando.
Uno stadio “interim” dell’SLS che rischia di diventare un vicolo cieco
L’Interim Cryogenic Propulsion Stage nasceva come soluzione temporanea: un adattamento del DCSS del Delta IV, pensato per permettere allo SLS di volare in attesa dello stadio definitivo, l’Exploration Upper Stage o EUS. Oggi, però, lo scenario è cambiato. I recenti problemi tecnici emersi durante la preparazione di Artemis II hanno riportato al centro una realtà già nota agli addetti ai lavori: l’ICPS è limitato nelle prestazioni, poco flessibile e costoso da mantenere per un numero ridotto di missioni.
Con la cancellazione della roadmap dell’EUS e la volontà dichiarata di semplificare l’architettura dello SLS, lo stadio “interim” rischia di non avere più un ruolo chiaro nel futuro del programma.
Centaur V: l’ipotesi che rompe la tradizione
È qui che entra in scena il Centaur V, sviluppato da United Launch Alliance per il razzo Vulcan. A differenza dell’ICPS, Centaur V non è un compromesso né una soluzione provvisoria: è uno stadio pensato per volare spesso, con due motori RL10, una capacità di propellente nettamente superiore e la possibilità di accensioni multiple.
Dal punto di vista tecnico, il confronto è chiaro: più delta-v, più margine operativo, profili di missione meno estremi. Ma il vero elemento di rottura non è solo nelle prestazioni, quanto nella filosofia che Centaur V rappresenta.
Da architettura “su misura” a logica industriale
L’eventuale adozione di uno stadio come Centaur V segnerebbe un passaggio concettuale importante. Significherebbe abbandonare, almeno in parte, un’architettura costruita su componenti quasi unici e difficili da sostenere nel tempo, per abbracciare una logica più industriale.
È l’approccio seguito da SpaceX e Blue Origin, ma anche, con modalità diverse, dai programmi statali di Cina e Russia: pochi modelli, produzione in serie, evoluzioni incrementali, hardware pensato per essere costruito e utilizzato regolarmente. In questo contesto, Centaur V non sarebbe soltanto uno stadio più potente, ma un segnale di normalizzazione: lo SLS che smette di essere un sistema eccezionale e inizia a comportarsi come un lanciatore operativo, inserito in una filiera stabile e ripetibile.
Nessuna conferma su SLS, ma un segnale evidente
Come lo stesso Manley ha più volte sottolineato, non esiste alcuna conferma ufficiale: la NASA parla genericamente di uno stadio superiore standardizzato, lasciando aperta la porta a più fornitori e a più soluzioni possibili. Eppure il messaggio che filtra è chiaro. Se SLS dovrà continuare a volare nel prossimo decennio, probabilmente lo farà rinunciando a parte della sua unicità per guadagnare in sostenibilità, affidabilità e ritmo operativo. Il possibile passaggio da ICPS a Centaur V non è quindi solo una scelta tecnica. È il sintomo di un programma che, per sopravvivere, deve smettere di essere un prototipo permanente e diventare finalmente… un razzo che vola.
