Il Soyuz-5 debutta a Baikonur: erede dello Zenit, motore RD-171MV, programma Baiterek e futuro della capsula Orjol

Advertisement

Il 30 aprile 2026, dal leggendario cosmodromo di Baikonur, qualcosa di molto importante è tornato a volare. Alle 21:00 ora di Mosca, il nuovo Soyuz-5 ha lasciato la rampa 45, la stessa utilizzata un tempo dallo Zenit, completando con successo il suo primo volo di prova suborbitale.

I primi due stadi hanno funzionato regolarmente e il simulatore di carico ha seguito la traiettoria prevista fino all’ammaraggio nel Pacifico. Per Roscosmos si tratta di molto più di un semplice test riuscito.

Uno Zenit durante uno degli ultimi lanci da Baikonur. Credito: Roscosmos

Dallo Zenit al Soyuz-5

Per capire davvero cosa rappresenti il Soyuz-5 bisogna tornare indietro di quarant’anni, allo Zenit, uno dei razzi sovietici più avanzati mai costruiti. Progettato in Ucraina ma dotato di motori russi, lo Zenit era considerato il naturale ponte tra i Sojuz ed i Proton. Un vettore moderno, relativamente “pulito” grazie all’uso di kerosene ed ossigeno liquido, tanto affidabile da essere scelto persino per il programma Sea Launch, i lanci oceanici dalla piattaforma Odyssey.

Uno dei lanci dalla piattaforma marina Sea Launch Odyssey

Poi arrivò il 1991. E successivamente il 2014. Con l’escalation delle tensioni tra Russia e Ucraina, sfociate prima nel conflitto e poi nella guerra su larga scala, Mosca si ritrovò improvvisamente senza il proprio vettore medio più efficiente. Da quel momento nacque l’esigenza di creare un successore completamente russo. Il risultato è proprio il Soyuz-5, conosciuto anche con i nomi Irtyš o Sunkar. Definirlo “un nuovo razzo” però sarebbe riduttivo. Il Soyuz-5 è piuttosto una reinterpretazione moderna dello Zenit: stessa filosofia progettuale, ma con componenti aggiornati e una potenza decisamente superiore.

Soyuz-5
Il motore quadricamera RD-171MV del Soyuz-5 Sunkar. Sullo sfondo la “gabbia per uccellini” ovvero la parte della torre di servizio destinata all’equipaggio. Credito: Roscosmos

Il cuore del razzo: il gigantesco RD-171MV

Il cuore del progetto è senza dubbio il RD-171MV, installato nel primo stadio. E qui si entra in un territorio quasi mitologico della motoristica spaziale sovietica. L’RD-171MV deriva direttamente dall’RD-170 sviluppato per il colossale Energia. Si tratta di un motore quadricamera alimentato a kerosene sintetico RP-1 e ossigeno liquido capace di sviluppare oltre 8 MN di spinta nel vuoto, valore che durante gli ultimi test ha raggiunto circa 8,06 MN. Per avere un termine di paragone, un Raptor di Starship sviluppa circa 2,3 MN di spinta nel vuoto, mentre un Merlin 1D+ del Falcon 9 si ferma a circa 0,93 MN. Questo significa che il Soyuz-5 vola grazie a uno dei motori più potenti mai entrati in servizio operativo. Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della cosmonautica russa contemporanea: mentre gran parte del mondo punta sulla riutilizzabilità e sui nuovi cicli a metano, la Russia continua a perfezionare una scuola ingegneristica nata negli anni sovietici e ancora incredibilmente competitiva sul piano della pura efficienza propulsiva.

Un secondo stadio più moderno ed efficiente

Anche il secondo stadio rappresenta un’evoluzione rispetto allo Zenit originale. Al posto del vecchio RD-120 troviamo infatti l’RD-0124MS, evoluzione del motore già utilizzato sul Soyuz-2.1b. Un propulsore più efficiente, più moderno e pensato per aumentare le prestazioni complessive del vettore. Il risultato finale è un lanciatore capace di portare circa 17 tonnellate in orbita bassa, praticamente quasi il doppio rispetto ai Soyuz tradizionali.

Il Soyuz-5 Sunkar esce dal complesso di assemblaggio (MIK) che riporta il nome del programma Baiterek di collaborazione Russo-Kazhaka. Credito: Roscosmos

Baiterek: il futuro spaziale del Kazakistan

Ma il Soyuz-5 non è importante soltanto per motivi tecnici. Dietro il suo sviluppo c’è infatti il programma Baiterek, probabilmente uno dei progetti politico-industriali più significativi dell’Asia centrale contemporanea. Dopo il crollo dell’URSS, il Kazakistan si è ritrovato proprietario del cosmodromo di Baikonur, mentre la Russia ne è rimasta la principale utilizzatrice. Per oltre trent’anni il più famoso spazioporto del pianeta è quindi sopravvissuto in una sorta di equilibrio delicato: territorio kazako, gestione russa. Con Baiterek la situazione cambia. Il progetto prevede infatti la modernizzazione delle storiche infrastrutture Zenit e il coinvolgimento diretto del Kazakistan nello sviluppo del nuovo complesso di lancio. Non più soltanto “ospitare” Baikonur, ma partecipare realmente all’accesso allo spazio. Dopo il lancio del 30 aprile, le autorità kazake hanno parlato apertamente di una nuova era per la cosmonautica nazionale.

Il possibile futuro con la capsula Orjol

C’è poi un altro dettaglio che potrebbe rendere storico questo vettore. Roscosmos prevede infatti di utilizzare il Soyuz-5 anche per la futura navicella pilotata Orjol, destinata a sostituire progressivamente le attuali capsule Soyuz. Se questo piano dovesse concretizzarsi, per la prima volta dopo oltre mezzo secolo i cosmonauti russi potrebbero lasciare la Terra non più a bordo di un derivato diretto dell’R-7 di Korolëv, ma su un vettore completamente diverso. Ed è qui che il Soyuz-5 assume quasi un valore simbolico.

Soyuz-5
Il Soyuz-5 Sunkar sulla rampa 45 del complesso Baiterek a Baikonur. Un anno fa non erano ancora iniziati i lavori. Credito: Roscosmos

Un nuovo inizio per la cosmonautica russa?

Naturalmente restano molte incognite. Il mercato dei lanci è cambiato radicalmente, la concorrenza di Falcon 9 è enorme e il Soyuz-5 arriva in un’epoca in cui la riusabilità sta ridefinendo l’economia spaziale. Però sarebbe un errore liquidarlo come “solo un altro razzo russo”. Perché il 30 aprile 2026, da Baikonur, non è decollato semplicemente un vettore. È decollata l’idea che la cosmonautica post-sovietica possa ancora avere un futuro autonomo.