New Glenn riutilizza con successo il booster, ma il secondo stadio fallisce: satellite perso e possibili ritardi per Artemis e Blue Moon

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Il 19 aprile 2026 è una di quelle date che raccontano perfettamente quanto lo spazio sappia essere spietato anche nei giorni migliori. Il gigantesco New Glenn di Blue Origin ha infatti compiuto un passo fondamentale: per la prima volta ha volato con un booster già utilizzato, riportandolo a casa con successo. Un risultato che, fino a pochi anni fa, sembrava un’esclusiva di SpaceX.

New Glenn
Il lancio del New Glenn

Eppure, proprio mentre si celebrava questo traguardo, qualcosa è andato storto dove conta davvero: in orbita.

Il ritorno del booster

Il protagonista assoluto della giornata è stato il primo stadio, il booster dal nome ironico “Never Tell Me The Odds”. Accensione perfetta, salita regolare, separazione dopo circa tre minuti e poi quella danza ormai familiare ma sempre impressionante: le accensioni di rientro, il controllo della traiettoria, e infine l’atterraggio preciso sulla piattaforma oceanica, a centinaia di chilometri da Cape Canaveral.

Non era nemmeno il suo primo volo: questo booster aveva già debuttato a novembre. Ed è proprio questo il punto. Non è più una dimostrazione, è operatività. Blue Origin ha dimostrato che il riutilizzo non è un obiettivo futuro, ma qualcosa che sta già facendo. Chi ha seguito attentamente le immagini dell’atterraggio ha notato un dettaglio curioso, quasi sottile ma tutt’altro che secondario. Non si è visto, a causa della mancanza di immagini dalla piattaforma Jacklyn, il sistema di ancoraggio a saldatura che aveva caratterizzato il volo precedente, quella soluzione tanto discussa quanto originale per bloccare il booster alla piattaforma.

Il problema: l’orbita mancata

Poi c’è la parte meno spettacolare, ma decisiva. Il secondo stadio, equipaggiato con il motore BE-3U, non ha fatto il suo lavoro fino in fondo. Il satellite BlueBird 7 di AST SpaceMobile è stato rilasciato, sì, ma su un’orbita troppo bassa per essere mantenuta.

I motori BE-3U durante l'allestimento del secondo stadio del New Glenn. Credito: Blue Origin
I motori BE-3U durante l’allestimento del secondo stadio del New Glenn. Credito: Blue Origin

I dati parlano chiaro: un perigeo di circa 154 chilometri. In queste condizioni, l’atmosfera residua è sufficiente a frenare rapidamente il satellite, condannandolo a rientrare in tempi brevi. L’azienda ha già confermato che non sarà possibile salvarlo. Fine della missione, almeno per il carico utile.
Ed è qui che si misura davvero il peso dell’incidente. Perché mentre il pubblico vede, giustamente, il booster che torna a casa, il cliente guarda un’altra cosa: il satellite non è dove dovrebbe essere. E nel mercato dei lanci, è esattamente questo che fa la differenza tra successo e fallimento.

Un tempismo complicato

Il tempismo, poi, non aiuta. Il secondo stadio di New Glenn aveva finora dato segnali incoraggianti, anche in missioni importanti. Questo guasto arriva proprio mentre il razzo dovrebbe entrare nel vivo delle operazioni più delicate, tra i satelliti della costellazione Kuiper di Amazon e, soprattutto, il ruolo chiave nel programma lunare Artemis con il lander Blue Moon. È inevitabile che ora si apra una fase di indagine, e con essa il rischio di ritardi. Quanto lunghi? Nessuno lo sa ancora. Nello spazio, poche settimane possono diventare mesi con sorprendente facilità.

Comunicazione e percezione

Interessante anche il modo in cui Blue Origin ha raccontato questa missione. L’attenzione è stata chiaramente concentrata sul successo del booster, sulle immagini spettacolari dell’atterraggio, sull’idea, reale, di un progresso concreto. Solo dopo sono emersi i dettagli sul problema al secondo stadio. Una gestione comprensibile, ma che evidenzia quanto sia delicato l’equilibrio tra entusiasmo e realtà tecnica.

Una lezione che si ripete

In fondo, però, tutto questo non dovrebbe sorprendere. Volare nello spazio resta difficile, tremendamente difficile. È una legge non scritta ma sempre valida: solo ciò che vola può rompersi. È successo a SpaceX con Starship, è successo in passato a programmi ben più consolidati, e sta succedendo ora a Blue Origin. Fa parte del percorso. Le conseguenze, però, sono reali. Ci sarà da capire cosa è andato storto, da correggere, da testare di nuovo. Nel frattempo, la concorrenza osserva. Per SpaceX si apre una finestra interessante per recuperare terreno nella corsa lunare, mentre soluzioni più “tradizionali” ma affidabili come Falcon Heavy tornano ad avere un peso specifico importante nelle scelte dei clienti.

Una fotografia onesta

Alla fine, il volo del 19 aprile non è né un trionfo né un fallimento totale. È qualcosa di molto più utile: una fotografia onesta dello stato di New Glenn. Il riutilizzo del booster è realtà, ed è un risultato enorme. Ma finché il secondo stadio non sarà altrettanto affidabile, il razzo resterà a metà strada tra promessa e piena maturità operativa.

Verso la Luna, comunque

E come spesso accade, la storia non si ferma qui. Blue Origin, e la sua tartaruga, simbolo portafortuna di Jeff Bezos, analizzerà, correggerà, tornerà a volare. Con qualche milione in meno nelle tasche di Bezos e qualche lezione in più nel bagaglio.Perché la direzione, nonostante tutto, è già tracciata. E porta sempre lì: verso la Luna.

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