Parliamo della missione russa verso (99942) Apophis, un progetto che affonda le sue radici alla fine degli anni 2000
Certe idee nello spazio non muoiono mai davvero. Restano lì, sospese come detriti in orbita, pronte a tornare quando il momento diventa favorevole. È il caso della missione russa verso (99942) Apophis, un progetto che affonda le sue radici alla fine degli anni 2000 e che, quasi all’improvviso, nel 2026 è tornato a far parlare di sé, come si può leggere in un articolo di Anatoly Zak su russianspaceweb.com.
Un oggetto minaccioso

All’epoca, Apophis era considerato uno degli oggetti più minacciosi per la Terra. Scoperto nel 2004 e con un diametro di circa 350 metri, avrebbe effettuato un passaggio ravvicinato nel 2029 a una distanza di appena 36.000 chilometri. Un’inezia in termini astronomici. Ancora più inquietante, le prime stime ipotizzavano che proprio quell’incontro gravitazionale potesse alterarne l’orbita, aprendo a un possibile impatto nel 2036.
Fu in questo contesto che gli ingegneri della NPO Lavochkin avanzarono una proposta tanto semplice quanto ambiziosa: “marcare” l’asteroide. Non distruggerlo, non deviarlo, ma equipaggiarlo con un radiofaro, una sorta di braccialetto elettronico cosmico capace di tracciare la sua traiettoria con precisione estrema. Perché il vero problema, allora come oggi, non era tanto la minaccia in sé, quanto l’incertezza.
I radiotelescopi terrestri
I radiotelescopi terrestri, per quanto potenti, non sono in grado di determinare con sufficiente accuratezza l’orbita di un oggetto così piccolo e distante. Per escludere definitivamente un impatto, servirebbe una precisione di pochi metri: un risultato raggiungibile solo “stando lì”, direttamente sulla superficie dell’asteroide. La missione proposta si basava sulla piattaforma sviluppata per Phobos-Grunt, all’epoca il fiore all’occhiello dell’esplorazione planetaria russa. Il piano prevedeva un lancio nel 2012 e un rendezvous meno di un anno dopo. Sulla carta, un progetto relativamente economico, costruito su tecnologie già esistenti. Nella realtà, però, i tempi erano irrealistici e le priorità ben diverse.

Non sorprende quindi che la proposta venne accolta con scetticismo. Alcuni la interpretarono come un tentativo di salvare un programma spaziale in difficoltà, altri come l’ennesima idea destinata a restare sulla carta. E quando nel 2011 Phobos-Grunt fallì clamorosamente dopo il lancio, l’intero scenario cambiò. Eppure, Apophis non scomparve mai davvero dalle agende. Nel corso degli anni, continuò a comparire tra i possibili obiettivi scientifici, mentre altri progetti, da Venera-D a Mars-NET, venivano rinviati o cancellati.
Nel frattempo, anche il concetto della missione evolveva. Nei primi anni 2010 si immaginava un sistema a due componenti: da un lato un piccolo satellite, capace di funzionare per anni come radiofaro senza nemmeno un sistema di orientamento; dall’altro una piattaforma orbitale per studi geologici e telerilevamento. Un approccio modulare, quasi elegante nella sua semplicità.
Poi, come spesso accade, il silenzio. Fino al 2026
A riaccendere l’interesse sono stati alcuni scienziati dell’Istituto Skobeltsyn, che hanno rilanciato l’idea in una veste molto più moderna: una missione basata su un cubesat, quindi più economica, più agile e potenzialmente più realistica. Non solo tracciamento orbitale, ma anche, forse, atterraggio e raccolta di campioni. Non è ancora un progetto ufficiale, né tantomeno approvato. Ma il fatto stesso che se ne torni a discutere dice molto. Oggi sappiamo che Apophis non rappresenta più una minaccia concreta per la Terra nel prossimo secolo. Eppure, il suo valore scientifico è rimasto intatto, forse addirittura cresciuto.
Apophis, un pericolo scampato
Perché Apophis non è più soltanto un “pericolo scampato”. È diventato un laboratorio naturale. Un’occasione per testare tecnologie, migliorare i modelli orbitali e, soprattutto, prepararci a un futuro in cui un asteroide davvero pericoloso potrebbe presentarsi senza preavviso. In fondo, è proprio questo il senso più profondo di queste missioni: non inseguire la paura, ma ridurre l’incertezza. E se un giorno dovremo davvero difenderci da un corpo celeste, probabilmente tutto inizierà così: con un piccolo segnale radio, silenzioso, agganciato a una roccia che viaggia nello spazio.
