L’osservatorio è l’orgoglio di 14 paesi europei, con l’Italia in prima linea, gestito dal consorzio intergovernativo ESO. È denominato VLT, acronimo di Very Large Telescope, ossia telescopio molto grande

Questo post è tratto dal libro Atacama: il paradiso dell’astronomia

Nella parte più arida del deserto di Atacama, circondato da montagne color rosso alte più di 3000 metri, con un’umidità che sfiora il 10% nelle notti peggiori, arroccato come un castello medievale sulla cima di una montagna chiamata Cerro Paranal, sorge l’osservatorio astronomico più avanzato del mondo. Sono lontani i tempi in cui sulle sommità delle colline più alte si costruivano fortezze per controllare il territorio. Ora, queste moderne torri scrutano l’Universo. 

L’osservatorio è l’orgoglio di 14 paesi europei, con l’Italia in prima linea, gestito dal consorzio intergovernativo ESO (European Southern Observatory). È denominato VLT, acronimo di Very Large Telescope, ossia telescopio molto grande (gran fantasia). Il VLT, Paranal per gli amici, è il centro di eccellenza dell’astronomia mondiale, il sogno proibito, direi il sacro Graal per tutti gli astronomi professionisti e dilettanti. 

Chiunque venga nel deserto di Atacama deve assolutamente prevedere una visita a questo luogo mistico. La buona notizia è che ogni sabato lo staff dell’osservatorio organizza visite guidate durante il giorno, completamente gratuite. La brutta notizia è che bisogna arrivare con i propri mezzi fino ai piedi di quella montagna mozzata. 

Il mito del cielo del deserto di Atacama è nato in me proprio osservando le straordinarie immagini e leggendo gli epici racconti in libri, riviste, documentari e persino alcuni film (il VLT compare anche in un film di James Bond). Questo centro di astronomia è un museo che vale la pena essere visto almeno una volta nella vita. 

L’indescrivibile bellezza del paesaggio sul quale sorge e l’eleganza delle sue principali quattro cupole gigantesche che, con rispetto e sicurezza, si ergono per cercare di scrutare i più remoti meandri dell’Universo, conferiscono a Paranal senza dubbio un posto tra le sette meraviglie tecnologiche del mondo attuale. Non c’è nessun luogo al mondo in cui si possa respirare un’aria di innovazione, tecnologia, cooperazione e sano orgoglio verso il genere umano come al Paranal. 

La prima volta che mi sono avvicinato a questo luogo sacro è stato due giorni dopo il mio arrivo in Cile, durante il viaggio di una settimana che mi avrebbe portato a sostare qualche giorno nei dintorni di San Pedro di Atacama. Posso dire senza ombra di dubbio che la giornata di avvicinamento a Paranal e la successiva visita guidata di due ore e mezzo, hanno rappresentano le emozioni più intense che mi sono state date da un luogo costruito dall’uomo contemporaneo. 

Molti lettori probabilmente avranno ascoltato per la prima volta il nome di quest’osservatorio e non riescono a comprendere la visibile emozione che traspare da queste parole, ma proviamo a immaginare una situazione molto più generica. Proviamo a immaginare un luogo leggendario che abbiamo sognato di visitare per venti e più anni; tanto reale come irraggiungibile, perché situato dall’altra parte del mondo. Qualunque sia la meta proibita, sono sicuro che si possa comprendere l’emozione che quel mio primo viaggio in solitaria abbia suscitato in me. 

La prima visita al VLT

La montagna tagliata con le quattro cupole principali appare all’improvviso nel bel mezzo del nulla. Credit: Daniele Gasparri

Cinque ore di auto per quasi 500 km, incontrando solo tre paesini e una piccola città. Panorami surreali fatti di grandi altopiani a 2000 metri di altezza, spazzati da 15 tornado di sabbia contemporaneamente, come se fossimo sul pianeta Marte. Un lungo tratto costiero, dove si può assaporare il profondo bacio tra il deserto e l’oceano più vasto del mondo. Infine, il tragitto finale che in pochi minuti porta dal livello del mare a 2000 metri di altezza, a pochi chilometri dall’oceano ma anni luce lontano da qualsiasi fonte d’acqua. 

Si sta attraversando una regione che in media vede una goccia d’acqua ogni qualche anno, in cui l’ultima abbondante pioggia risale a secoli addietro. L’estrema siccità si nota in ogni dettaglio, non solo nella mancanza del minimo filo d’erba. Si nota nella forma spigolosa delle rocce che non hanno conosciuto probabilmente mai l’effetto dell’erosione dell’acqua. Si nota nella polvere secca che si solleva quando il vento si rinforza. Si nota sulla propria pelle, che si secca in pochi minuti senza emettere una goccia di sudore e nelle montagne che ci circondano, prive di qualsiasi segno di scorrimento d’acqua, anche vecchio di secoli. 

Se c’è, sulla Terra, un luogo dove sentirsi davvero su un altro pianeta non è l’Antartide, né l’Himalaya, ma questa sterminata distesa di ghiaia rossa cotta dalla radiazione solare, in cui la vista si perde per decine di chilometri senza incontrare un segno di vita. Si fatica a credere che qui, nascosto dietro una montagna, si celi il più avanzato sforzo dell’essere umano nella ricerca della conoscenza. Ma modi e luoghi sono perfetti, perché una specie evoluta non ha bisogno di ostentare la sua intelligenza alla Natura. 

A metà strada dell’ennesimo rettilineo infinito, si scorge un mesto cartello stradale che indica la deviazione per il Paranal. Un sobrio benvenuto scritto a caratteri piccolissimi indica la via per l’osservatorio e le regole di condotta per i visitatori. La strada, stretta ma in ottime condizioni, si inerpica su una montagna, alternando elevate pendenze a stretti tornanti. D’improvviso, all’ennesimo tornante, dopo quasi 10 minuti di strada, le colline si diradano e difronte appare, in lontananza, l’inconfondibile sagoma tagliata della montagna e sulla sommità le imponenti cupole dei quattro telescopi principali. Non dimenticherò mai l’emozione che ho provato quel giorno, talmente forte che ho dovuto fermarmi cinque minuti per realizzare dove fossi e cosa stessi per fare. Cinque lunghi minuti per rendersi conto che sì, ce l’avevo fatta, che il sogno proibito, assurdo, incosciente di quando ero adolescente era diventato realtà. 

Quel giorno ho avuto il raro privilegio di guidare la mia auto fino al parcheggio della piattaforma e camminare circondato dalle quattro cupole alte più di 20 metri degli altrettanti telescopi da 8,2 metri di diametro. Sono entrato nella sala di controllo, in una delle cupole e ho visto la mia faccia riflessa nell’enorme specchio secondario di uno dei telescopi, talmente grandi e imponenti da farmi sentire piccolissimo. 

L’enorme telescopio da 8,2 metri di diametro all’intero di una delle 4 cupole. Crediti: Daniele Gasparri

Questo è stato il mio primo approccio con il tempio dell’astronomia mondiale, ma non poteva bastarmi. Volevo la notte, volevo la sensazione di trovarmi lì, solo, in mezzo ai telescopi in funzione; senza turisti, senza rumore. Non sapevo ancora come e quando sarei riuscito ad accedere di notte, un privilegio di cui godono pochi astronomi al mondo e pochissimi fotografi. Sapevo però che ci sarai riuscito. Ma questa è una storia che racconterò in un altro post. 

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