Il 30 maggio milioni di appassionati in tutto il mondo hanno seguito con emozione il lancio della Crew Dragon Demo-2 della SpaceX (ribattezzata Endeavour), con a bordo gli astronauti NASA Douglas Hurley e Robert Behnken.

Di Luca Perri

In Italia erano le 21:22 del 30 maggio quando il razzo Falcon 9 si è staccato dalla rampa di lancio 39A di Cape Canaveral: la stessa da cui sono decollate le missioni Apollo degli allunaggi e gli Space Shuttle.

Ed era proprio dall’ultimo volo dello Shuttle Atlantis, la missione STS-135 partita l’8 luglio 2011, che astronauti statunitensi non partivano da suolo statunitense grazie ad un vettore statunitense per giungere in orbita terrestre.
All’epoca, l’equipaggio dell’STS-135 lasciò a bordo della Stazione Spaziale Internazionale una piccola bandiera americana che aveva volato sulla prima missione dello Shuttle: divenne un premio per i primi astronauti statunitensi capaci di giungere sulla ISS grazie ad una compagnia privata.
La cosa divertente è che non solo“Bob” e “Doug” hanno volato sullo Shuttle, prima che sulla Crew Dragon, ma Doug ha volato proprio nella missione STS-135. In pratica è andato a riprendersi la bandierina da lui lasciata. Si vede che ci teneva.

Il lancio. Credit: SpaceX

E non poteva forse esserci un modo migliore dell’attracco manuale alla ISS avvenuto ieri pomeriggio alle 16:16 italiane sopra i cieli della concorrente Cina, a 19 ore dal lancio, per passare il testimone fra due ere dell’esplorazione spaziale.
Perché nonostante questa missione sia stata per lo più descritta a livello mediatico come il grande ritorno USA allo spazio, con il superamento del periodo di aiuto necessario degli amici-nemici russi, in realtà è di questo che si è trattato: lo spartiacque fra due ere dell’esplorazione spaziale.

L’arrivo degli astronauti a bordo della ISS. Credit: SpaceX

Me lo avete domandato in tantissimi: perché scaldarsi tanto per un traguardo statunitense? Cosa ha questa missione in più delle altre?

Potrei dire che il primo lancio di una nuova navetta spaziale capace di portare persone nello spazio non accade di frequente: questa era la nona volta nella storia.
Oppure che questa navetta è innovativa sotto tanti punti di vista, non ultima la sicurezza. E che prevede procedure di lancio prima impensabili, come ad esempio il caricare il propellente nel razzo mentre gli astronauti sono già a bordo, o l’atterraggio del primo stadio del razzo per riutilizzarlo.
Ma non è questo a rendere epocale il lancio di ieri, quanto quella cosa per cui sul razzo e sulla navetta non vedete scritto solo NASA (anzi, avete rischiato di non vederli, quei loghi), ma anche SpaceX.

Per la prima volta nella storia, infatti, un equipaggio ha raggiunto l’orbita terrestre (e, secondo la definizione della Federazione Aeronautica Internazionale, lo spazio) grazie a un’azienda privata.
Chiariamoci, i privati hanno sempre collaborato ai lanci spaziali, ma non così: le agenzie governative facevano richieste per i vari componenti, e le aziende gareggiavano per fornirli. Ma erano le agenzie governative a gestire il progetto e i lanci. In questo caso l’azienda ha venduto alla NASA la navetta e il passaggio. La NASA non è stata l’appaltatore, è stata il cliente.

Il momento del Docking. Credit: SpaceX

Può sembrare una sottigliezza, ma è un modo completamente nuovo di andare nello spazio.

Quando anni fa gli Stati Uniti dell’amministrazione Obama rinunciarono al programma Constellation – il cui obiettivo era riportare l’uomo sulla Luna entro il 2020 – e aprirono ai privati, in pochi nascosero lo sconforto. I privati non avrebbero perseguito i fini della ricerca di base e della scoperta, ma solo i propri interessi. Una preoccupazione che non ha fatto che aumentare con l’arrivo di quel Trump che ha dichiarato di non riconoscere il Moon Treaty del 1979, per cui la Luna è un bene comune dell’umanità. Le risorse spaziali vanno sfruttate dal primo che le raggiunge, sono il nuovo Far West!

Preoccupazioni che non sono certo state spazzate via, ma che devono però tenere conto di un risultato eccezionale, e non mi riferisco solo alle ultime ore. Nel giro di un annetto, se tutto andrà bene, vedremo volare anche una nuova navetta, la Starliner della Boeing. E nuove navette (ad esempio lo spazioplano Dream Chaser della Sierra Nevada, ma anche la Starship della SpaceX, esplosioni permettendo) ci attendono nei prossimi anni.

Perché aprire ai privati vuol dire competizione, concorrenza, possibilità e flessibilità negli investimenti che un programma governativo non può avere. E vuol dire reinvestire le conoscenze della ricerca in innovazione tecnologica delle aziende.

Avete presente quando vi faccio una testa così su come un’enorme fetta della tecnologia che usate ogni giorno derivi dall’esplorazione spaziale?

Ecco, il discorso è sempre quello, per chi si lamenta dei costi e augura agli astronauti di esplodere col razzo (è successo davvero, nei commenti alla live a cui ho partecipato ieri sera). Ma aggiungeteci anche un po’ di economia.
Gli investimenti governativi di un tempo hanno sviluppato tecnologie e conoscenze che ora sono state affidate alle aziende del Paese, producendone di nuove, in aggiunta a lavoro e profitti. Il tutto, in questo caso, sotto un sano controllo del processo, con un dialogo costante che ha tenuto anche in considerazione la sicurezza delle persone e lo svolgimento di una competizione sana.

Quando poco dopo le 19 – quasi 3 ore e qualche problema tecnico dopo l’attracco – Bob e Doug hanno lasciato la Dragon e sono entrati nella ISS, tutti erano raggianti. Tranne Doug, che ha tirato una craniata e ha iniziato a sanguinare un po’. Cosa non si fa, per una bandierina.
Persino i due russi a bordo sembravano non dico emozionati (figuriamoci…), ma consapevoli del momento.
Nella conferenza stampa in diretta dallo spazio tutti hanno sottolineato come la collaborazione coi privati sarà fondamentale anche per tornare sulla Luna. “This is the dawn of a new era”, è stata la frase pronunciata.

Gli astronauti Bob Behnken e Doug Hurley. Credit: SpaceX

Quella che all’epoca è apparso a molti un fallimento, oggi si è mostrato essere un successo.
Giusto per farvi un esempio di quanto la situazione si sia ribaltata: la NASA, all’inizio, era intenzionata a non mettere i propri loghi sulle navette SpaceX. Ha cambiato idea negli anni, grazie al clima di collaborazione costruttiva che si è creato.beh
La NASA non è più solo una cliente, ma è anche una compagna di viaggio.
I privati non sono più una ingombrante necessità, ma una risorsa.

Troppo bello per essere vero?

Forse, e di sicuro i problemi non mancheranno. Così come, di sicuro, sarebbe bello che le nazioni non tagliassero di continuo fondi alla ricerca di base (che, ricordo a chi si lancia in commenti che non voglio commentare sennò mi oscurano il profilo, rimane uno degli investimenti più redditizi che esistano).
Quello che però oggi gli Stati Uniti possono mostrare al mondo è, al momento, una scommessa vinta. Alla grande.

La Sojuz

Una scommessa che, peraltro, potrebbe anche far risparmiare non poco: lanciare una persona nello spazio con la Soyuz russa costa circa 90 milioni di dollari, con la Crew Dragon meno di 70. E questo anche grazie alle tecnologie sviluppate di cui sopra quali navette e componenti dei razzi riutilizzabili.
Lo Shuttle era nato per abbattere i costi di lancio, ma fallì miseramente l’obiettivo. La SpaceX lo sta raggiungendo a grandi falcate. Perché i privati tengono d’occhio sempre il profitto? Può essere, ma se in futuro potremo avviare nuove esplorazioni, potremo davvero creare un’economia spaziale o girare film nello spazio (già se ne parla, e ovviamente c’è di mezzo Tom Cruise), lo dovremo a ciò che è successo negli ultimi anni e nelle ultime 24 ore.

E se un giorno, in un futuro si spera non troppo lontano, sarà possibile per noi comuni mortali mettere un po’ di soldi da parte per scrutare la Terra direttamente dallo spazio, perdendo lo sguardo verso orizzonti solo immaginati nei sogni infantili, bisognerà ricordarsi di ieri sera e di oggi.
È una flebile speranza, una scintilla. Ma non si sa mai che non possa divampare, se ben alimentata.

E allora “3…2…1…Ignition and lift off!”

Articolo a cura dell’astrofisico, divulgatore Scientifico Luca Perri https://www.facebook.com/luca.perri

Se vuoi sostenere il nostro lavoro puoi fare una donazione