Erano le 00:24 italiane, due ore prima dell’orario previsto, quando la sonda cinese Chang’e-6 si è posata dolcemente sul suolo della Luna, all’interno del bacino Apollo

Erano le 00:24 italiane, due ore prima dell’orario previsto, quando la sonda cinese Chang’e-6 si è posata dolcemente sul suolo lunare, all’interno del bacino Apollo situato alla latitudine 41.63839°S ed alla longitudine 153.98545°W nel lato nascosto della Luna a circa 500 km dal Polo Sud del nostro satellite. Una missione storica perché la seconda ad allunare nell’emisfero invisibile alla Terra (la prima fu Chang’è-4, nel 2019) e la prima a tentare il recupero di campioni di suolo lunare da quell’emisfero.

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Lo spettacolare video, diffuso nelle prime ore della mattina, ora italiana, da parte dell’Agenzia Spaziale Cinese CNSA che mostra le immagini dell’allunaggio di Chang’e-6. Credito: CNSA

Quasi senza uno sbuffo di polvere

Nel vedere le fasi finali dell’allunaggio, diffuse dall’agenzia spaziale cinese CNSA nelle prime ore del mattino, qui in Italia, si nota come la manovra sia stata effettuata con un’estrema precisione e con uno scarsissimo sollevamento di polvere lunare durante la fase finale. Ciò è dovuto ad una precisa esigenza dettata dalla particolarità della missione: il terreno da esaminare doveva essere il meno possibile contaminato da agenti esterni. Pertanto, il motore di discesa di Chang’e-6 è stato parzializzato negli ultimi metri e l’effetto visivo finale, per gli spettatori di tutto il mondo, è stato di un veicolo che si posava al suolo con la leggerezza di una piuma.

Il video, frame-by-frame, dell’allunaggio di Chang’e-6. Credito: CNSA

Subito al lavoro

La Dea cinese della Luna, Chang’e appunto, ha iniziato proprio nelle primissime ore seguenti l’allunaggio, la trivellazione del suolo per la raccolta dei campioni che, dopo un esame di massima con le apparecchiature di bordo, verrà stipato in un contenitore situato nella parte superiore del veicolo per il successivo invia sulla Terra. La particolarità unica del suolo lunare nell’emisfero a noi invisibile, è data dal fatto che siamo di fronte ad un territorio lunare non modellato da eventi vulcanici avvenuti in ere più recenti come nel caso del suolo portato sulla Terra delle missioni automatiche sovietiche e cinesi nonché dagli equipaggi delle missioni Apollo, ma terreno risalente all’origine del nostro satellite.

Il nostro satellite naturale, la Luna, è infatti bloccato per effetto delle forze di marea con un lato sempre orientato verso il nostro pianeta e l’altro verso lo spazio esterno. Quest’ultimo ha fatto da scudo alla Terra venendo bersagliato da milioni di impatti meteoritici che ne caratterizzano la superficie: pochissimi Mari, rispetto al lato a noi familiare, e grandissimi crateri da impatto su tutto l’emisfero. Una possibilità unica di gettare uno sguardo alla Luna risalente all’alba del Sistema Solare.

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Le prime immagini dal bacino Apollo, nel lato nascosto della luna, diffuse dal canale cinese CCTV. Credito: CNSA

Una missione internazionale

Chang’e-6 non è soltanto una missione cinese, ma ha una forte componente internazionale con la presenza, tra gli altri, di uno strumento italiano, il retroriflettore Laser INRRI (INstrument for landing-Roving laser Retroreflector Investigations) costruito dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Frascati (INFN), simile a quello già montato sulle sonde Schiaparelli ed InSight. Insieme alla Francia, che ha fornito uno strumento, chiamato DORN (Detection of Outgassing Radon) per la rilevazione del trasporto di componenti volatili nell’ambiente lunare, c’è la Svezia che ha fornito NILS (Negative Ions on Lunar Surface), uno strumento per rilevare e misurare gli ioni negativi riflessi dalla superficie lunare. Anche il Pakistan ha prestato il suo contributo alla missione con il cubesat ICECUBE-Q che, posizionato in orbita lunare, servirà a rilevare tracce di ghiaccio sotto la superficie del nostro satellite.

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Il retroriflettore laser italiano INRRI realizzato dall’INFN di Frascati. Credito: INFN

Il rientro in diretta (o quasi) dalla Luna

Questa volta la Cina ha fatto le cose in grande dal punto di vista della spettacolarità mediatica; infatti, e si è saputo solo dopo il lancio, avvenuto il 3 maggio 2024, che noi abbiamo seguito in diretta, a bordo è stato caricato un microrover dotato di uno spettrometro ad infrarossi realizzato con materiale ceramico multistrato (MLI) resistente al calore, che riprenderà il decollo del modulo d’ascesa con i campioni destinati al rientro verso la Terra. Questa fase non avverrà con una traiettoria diretta verso il nostro pianeta: simulando quella che sarà una delle manovre chiave della futura missione umana (prevista entro il 2030), il modulo d’ascesa effettuerà un rendez-vous con l’orbiter per poi, insieme, immettersi nella traiettoria di rientro verso la Terra, che dovrebbero raggiungere intorno al 25-26 giugno prossimi.

Il microrover a bordo di Chang’e-6. Credito: Wikimedia common