Il difficile progetto LEM

La definizione “costo astronomico” è nata con la corsa alla Luna, e si usa tutt’oggi, quando si parla di qualsiasi cosa molto costosa. Il LEM (lunar excursion module) è il lander più sofisticato e performante mai costruito dall’uomo, ed è l’unico che ha trasportato esseri umani in un altro corpo celeste, senza incidenti particolarmente gravi, e senza aver mai fallito l’obbiettivo per cui era stato progettato e costruito, in un caso (Apollo 13) funzionò egregiamente come scialuppa di salvataggio per i tre astronauti, e il suo motore permise di correggere più volte la rotta di rientro, accendendosi e spegnendosi a comando, funzione per cui non era stato progettato.

Una maquette dei primi studi sul Lem

Scopriamo questo progetto dall’inizio

Come tutto il progetto Apollo, anche il LEM che conosciamo è il risultato di molti compromessi tra costi di realizzazione, peso, e affidabilità, pur essendo una macchina complessa, fu necessario semplificarne al massimo il funzionamento, per diminuire il più possibile la possibilità di rotture di componenti, malfunzionamenti, e incidenti potenzialmente letali per gli astronauti. La NASA, nel 1962, scelse, tra tutti i competitor, la proposta della Grumman, la quale prevedeva inizialmente che l’equipaggio pilotasse in posizione seduta e con maggiore spazio totale a disposizione.

In quell’epoca non esisteva il CAD o altri programmi di rendering, quindi ci si affidava alle maquette  e i disegni erano fatti a mano da centinaia di progettisti in enormi sale, e ogni componente doveva essere progettato e realizzato appositamente, per questo i costi erano enormi. In breve tempo, la soluzione piloti seduti e grandi vetri panoramici  incontrò uno degli ostacoli più difficili: il peso. La NASA aveva richiesto un limite di 15 tonnellate per il LEM, e i prototipi erano ben al di sopra delle 20, quindi ci fu un vero e proprio restyling, invece di vetri grandi si optò per due finestrini triangolari e inclinati verso il basso (0,18 m², pari al 10% della superficie prevista) e gli astronauti avrebbero operato in piedi con delle speciali cinture di sicurezza e con i piedi ancorati, altre modifiche alla struttura consentirono di arrivare al peso richiesto, a scapito della comodità dei due astronauti che dividevano un volume totale di appena 4,5 m³.

L’incidente dell’astronauta Neil Armstrong nel 1968. Credit: NASA


Spesso si legge che la cabina di pilotaggio era così leggera e fragile che si “sarebbe potuto forarne le pareti con un dito.” Questa è una verità parziale, nel senso che realmente gli spessori erano ridotti al minimo, (anche perché non c’erano necessità aerodinamiche, quindi meno stress in volo) ma il modulo doveva essere abbastanza robusto da sopportare le sollecitazioni del lancio, e mantenere la pressurizzazione della cabina nel vuoto, le pareti erano formate da strati di titani e leghe di alluminio rinforzate, e le schermature erano fatte con il Kapton, un materiale sviluppato dalla Dupont, che ricorda molto il foglio di alluminio che si usa in cucina, ecco, questo si, volendo, si poteva forare con un dito, ma la sua funzione era di schermare dai raggi del Sole, e non aveva nessuna funzione strutturale. Per Aspera ad Astra.

Il LEM definitivo. Credit: NASA

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