Rare prove relative alla collisione di due pianeti sono state raccolte dagli astronomi dell’Università di Washington. Ecco cosa ha evidenziato l’analisi osservativa
Anastasios Tzanidakis stava esaminando vecchi dati telescopici risalenti al 2020 quando si è imbattuto in una stella apparentemente ordinaria che mostrava però un comportamento insolito. Si trattava di Gaia20ehk, situata a circa 11.000 anni luce dalla Terra, nei pressi della costellazione della Puppis. Questa stella apparteneva alla cosiddetta “sequenza principale”, proprio come il nostro Sole, e quindi avrebbe dovuto mantenere una luminosità stabile e prevedibile. Tuttavia, la sua luce ha iniziato a variare in modo anomalo (una collisione tra pianeti?).
Una collisione tra pianeti?
L’analisi osservativa ha evidenziato come il fenomeno di sfarfallio non sia intrinseco alla stella in esame, bensì riconducibile a fattori esterni lungo la linea di vista. In particolare, si rileva la presenza di ingenti quantità di materiale circumstellare, costituito da rocce e polveri, che transitano periodicamente davanti al disco stellare. Tali detriti, orbitando all’interno del sistema, determinano un’attenuazione variabile della radiazione luminosa osservata dalla Terra, producendo così le fluttuazioni di luminosità registrate.

Una stella “impazzita”
Nel cuore della nostra galassia, a una distanza di circa 11.600 anni luce dalla Terra, nella costellazione australe della Puppis, è stata identificata una stella di particolare interesse per la comunità scientifica: Gaia-GIC-1. Questo oggetto stellare presenta caratteristiche simili a quelle del Sole, pur risultando leggermente più massiccio e con una temperatura superficiale superiore. Per lungo tempo, Gaia-GIC-1 ha mostrato un comportamento fotometrico stabile, coerente con i modelli teorici di stelle della sua classe.
Tuttavia, osservazioni più recenti hanno evidenziato variazioni inattese nella sua luminosità. In particolare, circa un decennio fa, i dati raccolti hanno iniziato a mostrare fluttuazioni anomale, sotto forma di diminuzioni irregolari dell’intensità luminosa. Questo fenomeno ha suscitato crescente interesse, culminato nel 2021, quando la stella ha manifestato un comportamento altamente irregolare e difficilmente interpretabile attraverso i modelli astrofisici standard.

Secondo quanto riportato dall’astronomo Anastasios Tzanidakis dell’Università di Washington, Gaia-GIC-1 ha mostrato una variabilità estrema, tale da essere descritta come un comportamento “fuori norma” per una stella di questo tipo. Le osservazioni indicano che tali variazioni non rientrano nelle categorie conosciute di variabilità stellare, suggerendo la possibile presenza di fenomeni fisici complessi o ancora non completamente compresi.
Approfondire i processi
L’analisi di questo caso rappresenta un’opportunità significativa per approfondire la conoscenza dei processi evolutivi stellari e dei meccanismi che possono indurre instabilità improvvise anche in stelle apparentemente stabili. Studi futuri, basati su osservazioni multi-spettro e modelli teorici avanzati, saranno fondamentali per chiarire la natura di queste anomalie e per determinare se Gaia-GIC-1 costituisca un caso isolato o l’esempio di una nuova classe di fenomeni astrofisici.

L’indizio decisivo: il confronto tra luce infrarossa e luce visibile
La svolta interpretativa è emersa dall’analisi multi-spettrale dell’emissione stellare. In particolare, mentre l’intensità della luce visibile mostrava un evidente decremento, le osservazioni nell’infrarosso rivelavano un significativo aumento del segnale. Questa anticorrelazione indica la presenza di materiale caldo lungo la linea di vista, capace di assorbire la radiazione visibile e riemetterla a lunghezze d’onda maggiori.
Ipotesi tra cui la collisione tra pianeti
Attraverso l’impiego di modelli numerici avanzati, i ricercatori hanno confrontato l’andamento temporale delle variazioni osservate con scenari fisici plausibili, giungendo a un’interpretazione coerente con un evento altamente energetico di natura catastrofica. In particolare:
- Collisione tra planetesimi: i dati risultano compatibili con l’impatto tra due corpi rocciosi in orbita, considerati stadi evolutivi primordiali nella formazione planetaria.
- Formazione di una nube di polvere calda: il materiale espulso durante la collisione verrebbe rapidamente riscaldato, raggiungendo temperature dell’ordine di ~900 K e producendo un’emissione infrarossa intensa.
- Dinamica di distruzione e riorganizzazione: l’evento avrebbe generato simultaneamente un oscuramento temporaneo della stella (per effetto dell’assorbimento) e un incremento della luminosità infrarossa, in accordo con la presenza di detriti caldi prodotti da un impatto violento.
Nel complesso, l’insieme delle evidenze osservazionali e modellistiche supporta con elevata probabilità l’ipotesi di una collisione di pianeti su larga scala, offrendo una rara finestra diretta sui processi di formazione ed evoluzione dei sistemi planetari.
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