Il pianeta ha ora 274 lune, quasi il doppio di tutti gli altri pianeti del sistema solare messi insieme.
Gli astronomi hanno scoperto 128 nuove lune in orbita attorno a Saturno, per un totale che ammonta a 274 lune per uno dei corpi celesti più affascinanti del nostro sistema solare. Fino a poco tempo fa, il titolo di “re delle lune” apparteneva a Giove, in realtà, ma Saturno ora ne ha quasi il doppio di tutti gli altri pianeti messi insieme. Il team dietro questa scoperta ne aveva identificate 62 utilizzando il telescopio Canada France Hawaii e, avendo visto deboli indizi che ce ne fossero altre, ha effettuato ulteriori osservazioni nel 2023.
Le nuove lune confermate in orbita attorno a Saturno

Le lune sono state formalmente riconosciute dall’Unione Astronomica Internazionale questa settimana e, per ora, sono stati assegnati loro nomi con numeri e lettere. Alla fine riceveranno una denominazione basata su divinità galliche, norrene e canadesi, in linea con la convenzione utilizzata in passato per le lune di Saturno. Le lune sono state identificate usando la tecnica “shift and stack”, attraverso la quale gli astronomi acquisiscono immagini sequenziali che tracciano il percorso della luna nel cielo e le combinano per renderla abbastanza luminosa da essere rilevata. Tutte le 128 nuove lune sono “lune irregolari”, oggetti a forma di patata larghi solo pochi chilometri.
Cosa sappiamo delle nuove lune di Saturno
Osservazioni più approfondite potrebbero offrire agli scienziati una finestra su un periodo turbolento del nostro sistema solare. In particolare quando i pianeti migravano in orbite instabili e le collisioni fra corpi celesti avvenivano di frequente. Le nuove lune sono raggruppate insieme in piccoli gruppi. Questo dettaglio suggerisce che molte di esse siano i resti di oggetti molto più grandi che si sono scontrati e poi frantumati negli ultimi 100 milioni di anni. Le lune hanno tutte orbite grandi ed ellittiche ad angolo rispetto a quelle delle lune più vicine al pianeta.
Per saperne di più:
- Leggi i dettagli dello studio sul sito dell’Università della British Columbia.
